Oltre il mito di Basaglia: i limiti della riforma tra diritti dei sofferenti e sicurezza della comunità
È innegabile che per molti pazienti – soprattutto quelli con disturbi lievi o episodici – questa trasformazione abbia significato accesso a cure più umane, territoriali e meno stigmatizzanti.
Tuttavia, a quasi mezzo secolo di distanza, è necessario interrogarsi senza ideologie sui limiti strutturali di quella riforma. Se infatti il superamento dell’istituzione manicomiale ha funzionato per una parte della popolazione psichiatrica, lo stesso non si può dire per i pazienti più gravi e resistenti alle terapie.
Mancano i finanziamenti e la sicurezza non esiste
Una delle principali criticità riguarda proprio coloro che soffrono di patologie complesse e croniche – come alcune forme di schizofrenia, disturbi borderline gravi e depressioni resistenti. Per questi pazienti, il modello territoriale si rivela spesso insufficiente.
Non si tratta soltanto di una questione di risorse economiche o di personale, come frequentemente molte persone erroneamente credono.
Il problema è più profondo: una quota significativa di questi soggetti non risponde ai trattamenti farmacologici e psicoterapeutici disponibili, e necessita di contesti contenitivi e continuativi che il sistema attuale fatica a garantire.
Non si riconoscono malati e non aderiscono alle cure
Infatti questi pazienti a carico perlopiù delle famiglie, se non abbandonati nel territorio, non sono in grado di riconoscersi malati nè esprimono il consenso a seguire i trattamenti. I più arguti sosterranno che c'è il TSO che risolve il problema, ma è evidente che il ricovero involontario dura pochi giorni; la persona viene dimessa, spesso fortemebnte sedata e quasi regolarmente non segue più le cure che ricordiamolo, non sono obbligatorie.
Non concedendo il famoso consenso, la libertà terapeutica che è a fondamento della legge Basaglia, fa sì che paradossalmente i malati più gravi facciano quel che vogliono. l'aggressore. Non curati e in stato di agitazione o delirante, aggrediscono innocenti vittime o familiari, finendo in carcere. Infatti la legge 180 ha cancellato totalmente il concetto di pericolosità, rispolverato solo dopo un atto grave o un omicidio, quando ormai è troppo tardi per la vittima e lo stesso aggressore.
Questi fatti si possono prevenire e ridurre notevolmente, fino all'80% in meno, vedi la legge Kendra a fine pagina, mentre da noi in Italia si continua a far ideologia per non rovinare l'immagine mitologica di Basaglia, ironicamente ribattezzato San Francesco Basaglia dall'ARAP negli anni '80. Una volta creato un eroe, anche se sarebbe necessaria una sorta di revisione storica, il rivoluzionario diventa intoccabile. Lo stesso rivoluzionario appoggiato da compagni di lotta continua che negli anni 80 cinicamente sostennero:
ogni rivoluzione vuole i suoi morti
Loro, i signori intellettuali psichiatrici da sinistra, spesso lontani dalla realtà, sostenevano questo, vantandosi della riforma di Basaglia, quindi dei successi (o del solo merito di aver abbattuto le mura manicomiali), mentre gli insuccessi e le tragedie erano e sono tutt'oggi attribuiti alle famiglie. Peccato che i morti in questa magnifica rivoluzione furono a suoi tempo i famigliari e innocenti cittadini che, in assenza di qualsiasi struttura (non esistevano nemmeno i CSM, CIM, DSM) subivano le violenze del malato non curato, vedi “La Tragedia Psichatrica”, libro-denuncia della sig.ra Zardini, allora presidente ARAP. Mente gli psichiatri si giravano le dieta dietro la scrivania di una miriade di ambulatori inutili, nell'attesa che il sofferente mentale, in ossequio alla libertà terapeutica e al famoso consenso, si recasse da loro, alla fine per non ricevere nemmeno una diagnosi, che allora suonava come una bestemmia.
Loro ci hanno messo la rivoluzione, noi famigliari i morti.
Le conseguenze
La conseguenza è una deriva silenziosa ma evidente. Senza strutture adeguate a lungo termine, molti pazienti entrano in un circuito di ricadute, ricoveri brevi e dimissioni premature. Questo andamento favorisce la cronicizzazione del disturbo e, nei casi più critici, può portare a comportamenti disorganizzati, aggressivi o socialmente pericolosi.
La carenza di sicurezza
È qui che emerge un nodo spesso rimosso dal dibattito pubblico: la sicurezza. Familiari, operatori sanitari e cittadini si trovano talvolta esposti a situazioni difficili, senza strumenti adeguati per gestirle. Le famiglie, in particolare, vengono di fatto trasformate in caregiver permanenti senza il necessario supporto, mentre i servizi territoriali si trovano a operare in condizioni di forte pressione, con margini di intervento limitati. Gli operatori stessi segnalano una crescente difficoltà nel gestire pazienti non collaborativi o privi di consapevolezza della malattia. Loro sono tenuti a denunciare, si difendono, mentre i familiari non lo fanno (vedi articoli a piè di pagina) e il problema quindi non esiste.
Il rifiuto ideologico e la mancanza di strutture idonee
In questo contesto, il rifiuto ideologico di qualsiasi forma di struttura residenziale intensiva o di lungo periodo rischia di tradursi in un vuoto assistenziale. Non si tratta di riproporre il modello manicomiale del passato, ma di riconoscere che esiste una fascia di pazienti per cui le attuali risposte non sono adeguate. Ignorare questa realtà significa abbandonare proprio i più fragili.
Prevenire si può ma c’è una grave carenza normativa
Una riflessione seria sulla riforma dovrebbe quindi andare oltre la contrapposizione tra “manicomio” e “territorio”. Occorre sviluppare un sistema più articolato, capace di differenziare gli interventi in base alla gravità e alla risposta alle cure. Ciò include la possibilità di strutture protette, con standard elevati e controllo rigoroso, pensate per i casi più complessi. Prima che commettano violenze o crimini.
Risposte del genere richiedono delle modifiche alla attuale legislazione, con l'introduzione di percorsi di cura obbligatori a livello comunitario, maggiore sorveglianza sanitaria, responsabilità degli psichiatri. Purtroppo i cittadini non consapevoli, manipolati ed ideologizzati continuano a ripetere che chi chiede sicurezza vuole riaprire i manicomi.
La Legge Basaglia ha rappresentato una conquista civile fondamentale. Ma trasformarla in un dogma intoccabile rischia di impedirne l’evoluzione. Un sistema sanitario maturo deve saper riconoscere i propri limiti e correggerli, tenendo insieme diritti individuali e tutela collettiva. Perché la vera sfida, oggi, non è difendere una riforma del passato, ma rispondere ai bisogni reali del presente.
Vedi: consenso, tso, legge 180, libertà terapeutica, antipsichiatria,basaglia,consenso,aggressività
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