Quando la famiglia chiede aiuto e nessuno risponde: serve un Garante
Interventi domiciliari mancati, ricoveri non effettuati con pazienti aggressivi allo sbando, famiglie lasciate a sé che non sanno che fare, servizi che negano le visite o ricoveri. La proposta: un Garante super partes al quale rivolgersi per ottenere i propri diritti e, in alcuni casi, evitare aggressioni, reati e omicidi.
C’è un vuoto nella salute mentale italiana di cui si parla troppo poco: quello che inghiotte le famiglie quando vedono un proprio congiunto peggiorare e i servizi psichiatrici decidono di non intervenire.
La persona interrompe le cure, rifiuta ogni contatto, si isola, perde il rapporto con la realtà o mette progressivamente a rischio se stessa e gli altri. I familiari chiamano il Centro di salute mentale, chiedono una visita, segnalano la gravità della situazione. Ma possono sentirsi rispondere che, finché non c’è un’emergenza conclamata, non è possibile fare nulla.
E allora che cosa devono fare? Aspettare che accada qualcosa?
In Italia sembra esistere una sola alternativa: o il servizio ritiene che la situazione non richieda interventi, oppure si arriva alla crisi acuta, alle forze dell’ordine, al pronto soccorso e, nei casi previsti dalla legge, al TSO.
È una logica fallimentare: si interviene tardi, quando il conflitto è già esploso e la sofferenza è diventata emergenza.
Nessuno chiede di trasformare i familiari in medici né di consegnare loro il potere di imporre un trattamento sanitario obbligatorio. Il TSO deve restare una misura eccezionale, fondata su criteri clinici e sottoposta alle garanzie previste dalla legge.
Ma non può essere accettabile che, quando gli psichiatri rifiutano di intervenire, in nome e in attesa di un consenso che anche per anni viene negato dal sofferente, mentre la famiglia non dispone di un’autorità indipendente alla quale rivolgersi per chiedere una verifica, una seconda valutazione o l’attivazione di un percorso terapeutico diverso.
Serve un Garante delle famiglie delle persone con disturbo mentale.
Un organismo autonomo, non subordinato ai servizi chiamati a valutare il caso, capace di ascoltare i familiari, esaminare le segnalazioni e verificare se la mancata presa in carico sia realmente giustificata. Al quale potrebbe ricorrere anche il presunto sofferente per sostenere le sue ragioni rispetto a forme di ricovero come il TSO, sia ben chiaro, questo per salvaguardare anche possibili abusi attuati verso cittadini non malati.
Il Garante potrebbe chiedere una seconda valutazione clinica, sollecitare visite domiciliari, attivare équipe mobili, favorire interventi intensivi sul territorio e promuovere soluzioni comunitarie prima che la situazione degeneri.
In altri Paesi europei il ruolo dei familiari è riconosciuto con strumenti diversi. In Francia, ad esempio, esistono procedure che consentono a un terzo di segnalare formalmente una situazione e di concorrere all’attivazione di cure psichiatriche senza consenso, all’interno di un sistema sottoposto a controlli medici e giudiziari.
L’Italia non deve copiare meccanicamente altri modelli. Ma dovrebbe almeno interrogarsi su una domanda semplice: perché una famiglia che chiede aiuto deve restare senza interlocutori fino a quando la crisi non diventa ingestibile?
Il Garante non sarebbe il “Garante del TSO”. Sarebbe il garante del diritto a non essere abbandonati, del diritto a una valutazione indipendente e del diritto a cure tempestive e appropriate nella comunità.
Perché aspettare l’emergenza non è prudenza. È spesso una rinuncia.
E lasciare sole le famiglie non significa tutelare i diritti della persona malata. Significa abbandonare entrambi.
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