Perché i famigliari non hanno alcun diritto a chiedere un trattamento obbligatorio per il congiunto malato
Uno dei grandi limiti dell'attuale sistema di tutela della salute mentale riguarda il ruolo dei familiari. Quando una persona adulta affetta da una grave patologia psichiatrica rifiuta le cure, i congiunti, salvo siano stati formalmente nominati amministratori di sostegno o tutori, dispongono di strumenti estremamente limitati per rivolgersi a un'autorità che possa intervenire.
Il familiare può segnalare una situazione di grave difficoltà ai servizi sanitari e sociali, ma non può chiedere autonomamente a un Garante o al Giudice Tutelare di valutare l'opportunità di un percorso terapeutico obbligatorio o di un'assistenza comunitaria adeguata.
Il principio dell'autodeterminazione del malato adulto prevale, in ottemperanza alla famigerata legge 180 (legge Basaglia) nell'ottica di concedere la massima libertà, se non tutte le libertà, inclusa quella di non curarsi. Ma quando in famiglia le cose vanno nel senso sbagliato, il malato diventa aggressivo,minaccia, fa paura, non c'è verso: i familiari sono alla deriva e…. si arrangino. I servizi accampano le solite scuse “ce lo porti qui”, “se lui non vuole non sappiamo cosa fare nè possiamo agire” e così via. Nella probabile, insensata e vergognosa attesa che accada qualcosa di peggio.
Questo accade soprattutto quando la malattia compromette gravemente la capacità di riconoscere il proprio bisogno di cura.
Si crea così una situazione paradossale: la famiglia è spesso lasciata sola ad assumersi le responsabilità e gli oneri derivanti da comportamenti stressanti e inaccettabili, a gestire comportamenti difficili, crisi quotidiane e conseguenze sociali, economiche e legali della malattia, senza però avere un reale potere di attivare percorsi di cura continuativi.
Non si tratta di invocare il ritorno ai manicomi o forme di internamento, ritornello al quale si rifanno i sostenitori fanatici della legge 180, secondo i quali se la famiglia avesse il potere di chiedere un intervento, il malato sarebbe rinchiuso in un manicomio o curato contro la sua volontà. E per tanto l'intoccabile, perfetta e non perfettibile legge 180 - valida sì per i sofferenti che seguono volontariamente le cure, non va minimamente integrata né modificata per assicurare alle cure i sofferenti più gravi.
Si tratta di garantire, nei casi più complessi, interventi terapeutici e assistenziali proporzionati, rispettosi della dignità della persona e svolti all'interno della comunità, dove i familiari e i cittadini devono godere anche del diritto alla sicurezza.
Occorrerebbe quindi rafforzare il diritto dei familiari a segnalare formalmente situazioni insostenibili e a ottenere una valutazione indipendente da parte delle istituzioni competenti.
In tempi recenti infatti sono stati rafforzati dalla UE i diritti dei pazienti, tra i quali il fondamentale diritto di rivolgersi a una autorità indipendente per opporsi a un trattamento obbligatorio. Utile norma per evitare abusi anche nei confronti di persone non malate mentali, ad esempio oppositori politici.
Se la famiglia, come sostengono molti psichiatri, è un aspetto e pilastro fondamentale nella cura del paziente, essa deve godere del diritto di tutelarsi e nel contempo chiedere trattamenti e cure più idonee per il congiunto.
Tutelare il malato non può significare ignorare completamente chi vive accanto a lui e sopporta quotidianamente le conseguenze della sua malattia.
vedi: legge 180, consenso, tso, act, pericolosità
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