Famigliari: non azzardatevi a spingere il vostro malato a curarsi!
Sembra assurdo ma tra le accreditate interpretazioni della legge 180, c'è quella che riguarda il consenso che deve essere "spontaneo" e non "spintaneo". Guai pertanto insistere affinché il congiunto segua le cure.
Quando il consenso diventa così spontaneo da richiedere quasi un intervento divino
Nel lontano 1986, in un volume dedicato alla responsabilità professionale dello psichiatra pubblicato da Piccin, due giuristi affrontarono un tema delicatissimo: il consenso del paziente psichiatrico alle cure. Forti del nuovo corso Basagliano, che da allora e anche fino ad oggi, basa l'accettazione delle cure esclusivamente alla volontà del paziente.
La loro tesi, espressa in termini giuridici, era che il consenso del malato di mente dovesse essere spontaneo e non "spintaneo". Una distinzione sottile, quasi filosofica: il paziente deve scegliere liberamente di curarsi e la sua decisione non dovrebbe essere il risultato di pressioni esterne.
Fin qui tutto bene. Il principio dell'autodeterminazione della persona è un valore fondamentale e nessuno vorrebbe tornare a un'epoca in cui il paziente psichiatrico era considerato soltanto un oggetto da gestire.
Ma poi arriva la parte che lascia qualche perplessità: se questa idea viene portata all'estremo (come è stato fatto fino ad oggi), sembra quasi che anche i familiari debbano stare attenti a non incoraggiare troppo il proprio caro a chiedere aiuto. Una madre che dice al figlio in crisi: "Per favore, fatti vedere da un medico", un fratello che insiste: "Non puoi continuare così, devi curarti", rischierebbero quasi di diventare degli indesiderati "spintori" della libertà altrui da condannare severamente.
E qui nasce il paradosso: il malato psichiatrico dovrebbe arrivare spontaneamente alla decisione di curarsi, magari proprio nel momento in cui la sua malattia può compromettere la capacità di riconoscere il bisogno di aiuto.
È un po' come dire a una persona che sta affogando: "Ti aiutiamo volentieri, ma solo se prima manifesti spontaneamente la volontà di essere salvata, senza che nessuno ti abbia suggerito di nuotare verso il salvagente".
Naturalmente il problema non è negare il diritto del paziente alla libertà di scelta. Il punto è capire dove finisca il rispetto dell'autonomia e dove inizi il rischio dell'abbandono mascherato da rispetto.
In psichiatria il rapporto tra libertà e cura è da sempre un equilibrio difficile. Un familiare che accompagna, insiste, convince o anche semplicemente non si arrende davanti alla sofferenza del proprio caro non sta necessariamente violando una libertà: spesso sta svolgendo una funzione di protezione.
Forse la questione andrebbe posta in modo diverso: non "quanto possiamo spingere una persona a curarsi?", ma "come possiamo aiutarla a scegliere la cura senza lasciarla sola proprio quando è più in difficoltà?".
Perché una cosa è evitare imposizioni ingiustificate. Un'altra è arrivare al punto in cui anche l'amore di un familiare diventa sospetto.
Nel dubbio, una piccola raccomandazione ai parenti: prima di dire "vai da uno psichiatra", controllate di non aver commesso il grave errore giuridico di... preoccuparvi.
vedi anche: consenso, libertà terapeutica
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