Imolese, TSO: dopo quasi cinquant’anni scopriamo che serviva un protocollo... e prima?!?
Dieci comuni dell'Imolese firmano un protocollo per il coordinamento tra i servizi, pomposamente annunciato per salvaguardare la salute e la dignità della persona garantendo anche la sicurezza degli operatori. Con un ritardo, si fa per dire e non è vero, di 50 anni sulla legge 180. Ironicamente possiamo dire “scoprendo di nuovo l'acqua calda”.
La notizia viene presentata come un passo avanti: finalmente regole condivise per ASO e TSO, maggiore tutela della persona, degli operatori e uniformità nelle procedure.
Attenzione, ripetiamo: per la tutela della persona e degli operatori, questi ultimi ovviamente sottoposti a aggressioni e violenze anche nei reparti, pensano di mettersi al sicuro (anche con un body guard, barricandosi nei servizi), mentre le famiglie che sono in prima linea continuano ad assistere persone problematiche nel magnifico e resiliente silenzio.
Ma c'è un dettaglio che meriterebbe forse un titolo diverso: la legge 180 non viene modificata.
E allora viene da chiedersi: se il nuovo protocollo non introduce una nuova legge, ma sostanzialmente mette ordine, chiarisce responsabilità e ribadisce garanzie che già dovrebbero discendere dalla normativa vigente, perché ci sono voluti quasi cinquant'anni?
Questa non è una domanda secondaria. La legge 180 è del 1978. Quarantotto anni sono un'enormità, soprattutto quando in gioco non ci sono procedure amministrative qualsiasi, ma la libertà personale e i diritti di persone che si trovano, per definizione, in una condizione di particolare vulnerabilità.
Dunque le spiegazioni possibili sono soltanto due.
O la legge era sufficientemente chiara e per decenni è mancata una reale uniformità nella sua applicazione e questa prima considerazione ci lascia molto perplessi perché allora di riflesso ci chiediamo “dov'erano tutti questi anni gli operatori, i servizi sociali, le autorità preposte”
Oppure la legge ha lasciato un margine di ambiguità che, su una materia così delicata, avrebbe dovuto essere affrontato molto prima. Consideriamo anche che in tanti paesi europei e occidentali le leggi sui trattamenti coercitivi sono state aggiornate periodicamente. In Italia, mai.
In entrambi i casi, non c'è molto da festeggiare.
Se un operatore, un medico, un amministratore locale o un agente devono arrivare al 2026 per avere un protocollo che stabilisca con maggiore precisione "chi fa cosa", quali siano le responsabilità e quali garanzie debbano essere assicurate alla persona sottoposta a TSO, allora la domanda non è perché finalmente sia stato fatto.
La domanda è: perché non è stato fatto prima? Perchè pazienti e famiglie sono state lasciate a sè per quasi mezzo secolo?
E soprattutto: quante differenze nelle prassi, quante incertezze, quanti conflitti e quante situazioni potenzialmente problematiche sono state lasciate alla discrezionalità dei singoli territori in questi decenni? E quante cause giudiziarie sono state scatenate in virtù di un trattamento che presenta tutt'ora lati oscuri e ambigui?! È proprio questo l'aspetto più inquietante della vicenda.
Non il protocollo in sé, che può essere utile e necessario. Ma il fatto che una disciplina nata quasi mezzo secolo fa, e costruita attorno a un principio fondamentale — la centralità della persona e la limitazione della coercizione ai casi previsti dalla legge — abbia ancora bisogno, nel 2026, di essere "spiegata" attraverso protocolli territoriali.
Cinquant'anni per arrivare a dire, in sostanza, come si deve applicare una legge che esiste dal 1978.
Se questa è la prova del buon funzionamento del sistema, viene da chiedersi cosa sarebbe successo se avesse funzionato male.
Si tratta poi di protocolli del tutto territoriali e ogni zona probabilmente “farà da sé” inventando qualcosa di diverso, così come capitato nel periodo post legge 180 dove la regionalizzazione ha fatto sì che le strutture di una regione fosse diverse, senza la dovuta uniformità sul territorio nazionale.
Il protocollo è una buona notizia ma non è detto rispecchi le esigenze di tutti, infatti cscorrendo le notizie di salutementale.org non ci vuol molto a capire che quasi sempre manca, durante i trattamenti sanitari obbligatori, la figura di un mediatore e comunque quella dello psichiatra che conosce il soggetto sofferente e che spesso se la dà a gambe attendendo l'arresto del paziente e la conduzione presso la struttura dove seguirlo.
L'istituto del TSO a nostro avviso andrebbe modificato per garantire la sicurezza di tutti, non solo degli operatori.
Il ritardo con cui arriva, invece, è una notizia che dovrebbe far riflettere molto più seriamente.
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