L'utopia dell'abolizione totale dei trattamenti coercitivi: il bivio tra ideali internazionali e realtà sul campo
Il quadro si complica ulteriormente se si guarda oltre i confini nazionali. Organismi globali come l'ONU e l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), forti della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (CRPD), spingono da tempo verso l'abolizione totale di qualsiasi trattamento coatto o restrittivo, considerandoli lesivi della dignità umana e paragonabili a forme di tortura
In questa direzione si inserisce anche la storica decisione dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, che ha respinto all'unanimità i protocolli volti a regolamentare e istituzionalizzare il ricovero forzato.
Tuttavia, all'atto pratico, l'eliminazione tout court di ogni misura coercitiva rischia di rivelarsi un'utopia ideologica disconnessa dalla realtà quotidiana delle corsie e dei territori. Se da un lato l'azzeramento della forza previene abusi istituzionali, dall'altro ignora la gestione di acuzie psicotiche severe, in cui il paziente perde temporaneamente ogni contatto con la realtà ed esprime una gravissima e immediata pericolosità per sé e per gli altri.
Senza protocolli d'emergenza chiari e in assenza di una rete di strutture comunitarie capillari, l'abolizione dogmatica della coercizione non si traduce in maggiore libertà, ma si converte nel suo opposto: il totale abbandono clinico dei malati e l'esposizione delle loro famiglie (e anche cittadini) — e di potenziali vittime innocenti — a pericoli insostenibili.
Il vero banco di prova delle riforme attuali non risiede dunque nella cancellazione formale degli strumenti d'urgenza, ma nella capacità di normarli con garanzie rigidissime, affinché la sicurezza pubblica e il diritto alla cura smettano di escludersi a vicenda.
Nel frattempo (oggi 4 ottobre 2026) si protrae l'insensato e assordante silenzio delle associazioni di familiari che dovrebbero prendere posizione nell'interesse delle famiglie, dei sofferenti e dei cittadini.
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