Salute mentale: oltre le storie a lieto fine, ascoltiamo anche chi resta indietro
La testimonianza di Jessica Schenato, protagonista dell’incontro organizzato a Thiene per la Giornata mondiale della salute mentale, è certamente preziosa. Dimostra che, con cure adeguate e percorsi efficaci, è possibile recuperare una vita dignitosa, produttiva e pressoché normale; ma è per tutti?
Ma proprio qui nasce una domanda scomoda: è davvero questa la realtà che vogliamo raccontare quando parliamo di salute mentale?
Una persona che ha trovato le cure necessarie e ha raggiunto un buon equilibrio rappresenta un risultato importante, non certo l’intera realtà della malattia psichica. La sua esperienza, per quanto meritevole di attenzione, non può diventare il rassicurante manifesto di un sistema che, troppo spesso, lascia irrisolte le situazioni più gravi.
Dove sono le testimonianze di chi non riesce ad accedere ai servizi, di chi attende risposte che non arrivano, di chi vive in condizioni di sofferenza estrema? Dove sono le famiglie esasperate, abbandonate a responsabilità che non possono sostenere da sole? E dove sono le persone considerate troppo problematiche, quelle che non si prestano a racconti edificanti e che sembrano esistere, per l’opinione pubblica, soltanto quando la loro vicenda sfocia in una tragedia?
Il rischio è celebrare chi ce l’ha fatta, dimenticando chi continua a sprofondare.
Le giornate dedicate alla salute mentale non dovrebbero trasformarsi in vetrine di speranza a senso unico. La speranza è indispensabile, ma non può diventare un alibi per eludere le carenze dell’assistenza, le difficoltà della presa in carico e il peso insostenibile che grava su molti familiari.
Raccontare anche il lato più drammatico della malattia non significa alimentare pregiudizi: significa riconoscere ciò che esiste e che troppo spesso viene rimosso.
La vera misura della civiltà di un sistema sanitario non è soltanto restituire qualcuno alla normalità, ma impedire che altri vengano lasciati soli fino al punto di non ritorno.
È di queste persone, prima che sia troppo tardi, che vorremmo sentir parlare.
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