"La tragedia Psichiatrica" di M.L. Zardini, premessa alle 15 storie
Nella quindicina di storie (che pubblicheremo in questo sito) raccontate da Maria Luisa Zardini, Presidente ARAP fino al 2019, si riflettono comunque quasi tutti i temi cruciali di questa grande tragedia che ancor oggi si ripete come negli anni successivi alla promulgazione della legge 180.
testo tratto dal libro “La tragedia psichatrica” di Maria Luisa Zardini (presidente ARAP fino al 2019) - Premessa di Luigi De Marchi, 1986 - L'opera denuncia circa le sofferenze e odissee alle quali sono stati condannati pazienti e famiglie nei primi anni dopo la promulgazione della legge Basaglia. Si raccontano le vittime ingiustamente dimenticate e negate, in gran parte donne e madri di persone affette da grave malattia mentale, dimenticate allora nel periodo post-basaglia, in nome della negazione della malattia. Storie tutt'ora di attualità.
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Anzitutto, la gravità, la violenza e la recidivanza della malattia psichiatrica che impongono per essa, come per ogni grave e diffusa malattia, l'esistenza di cliniche moderne ed efficienti ove sia possibile ricoverare i malati.
Nel caso delle malattia mentale, queste cliniche sono doppiamente indispensabili:
1) perché il malato, in fase acuta, può essere pericoloso a sé e agli altri, è spesso inconsapevole della sua condizione e rifiuta categoricamente di curarsi acasa;
2) perché le terapie oggi disponibili, per essere efficaci, esigono una somministrazione prolungata in ambiente controllato;
3) perché l'oscurità che ancora avvolge molti meccanismi causali e operativi della malattia impone un grande, paziente lavoro di osservazione e ricerca realizzabile, appunto, solo all'interno di una moderna clinica specialistica.
Per tutti questi motivi la legge 180/833, smantellando le strutture psichiatriche e pretendendo di curare la malattia in una miriade di piccoli ambulatori di quartiere che sono diventati una colossale rete di clientele politiche, di parassitismo e di sperperi e sono stati regolarmente disertati dai malati, era sbagliata alla radice e non poteva che approdare, com'è approdata, all'azzeramento dell'assistenza e della ricerca. E per tutti questi motivi l'ARAP, di cui ho l'onore di essere il consulente scientifico, considera evasiva o diversiva e rifiuta categoricamente ogni revisione e modifica della 180/833 che non preveda l'istituzione di tutte le cliniche psichiatriche pubbliche e private necessarie, non in base ai pregiudizi ideologici dei legislatori (che ancor oggi amano fissare tetti cervellotici al numero dei letti da riservare ai malati di mente) ma in base al fabbisogno reale delle popolazioni.
Naturalmente le nuove cliniche non devono avere niente da spartire né con i vecchi lager manicomiali né con i vergognosi reparti di diagnosi e cura istituiti dalla 180/833 nei recessi più indecorosi e insalubri degli ospedali generali. Dovranno essere edifici dignitosi come quelli di qualsiasi altra clinica specialistica, circondati da un adeguato spazio verde e dotati di locali idonei ad ospitare le attività occupazionali e artistiche indispensabili per una valida terapia psico-riabilitativa. Tutto ciò non appartiene al libro dei sogni: non di rado, come a Roma o a Trieste, i vecchi ospedali psichiatrici erano articolati in padiglioni e immersi nel verde. Ora che l'estroso ex assessore Nicolini non tenta più di escogitare qualche «brillante destinazione» per il complesso romano di S. Maria della Pietà, quel complesso potrà essere agevolmente suddiviso in cliniche e strutture complementari autonome, che assicureranno ai malati, ai familiari e alla popolazione romana le terapie e le assistenze di cui la 180/833 li ha letteralmente rapinati.
In queste cliniche al malato dovranno essere garantiti il rispetto della sua dignità di persona, comportamenti del personale medico e paramedico ispirati a umanità e sensibilità, trattamenti farmacologici, se necessario obbligatori, per tutto il tempo richiesto dalla sua condizione, e terapie psicologiche, occupazionali, artistiche idonee a facilitare la sua psicoriabilitazione e il suo reinserimento sociale: quest'ultimo, ovviamente, dovrà svolgersi al di fuori della clinica, ma non senza collegamento con essa, attraverso forme protette di lavoro e di residenza.
L'altro grande tema che emerge da queste testimonianze è la sostanziale inutilità della miriade di centri ambulatoriali creati dalla 180/833 allo scopo di fare quello che, con frase al tempo stesso misteriosa e rozza, nel gergo antipsichiatrico romano viene solennemente definito «er lavoro ner teritorio».
Costosissimi per il contribuente (costituiscono la voce di spesa in massima espansione per il nostro già pauroso bilancio sanitario), questi Centri di salute mentale (CSM o CIM) sono regolarmente disertati dagli psicotici, non possono né vogliono dare il minimo aiuto alle famiglie e non sono neppur sempre utilizzabili per l'assistenza ai malati meno gravi, in quanto nella pletora di «operatori» assunti per clientelismo politico ben di rado sono presenti psicologi o psichiatri che abbiano avuto una seria formazione professionale per la psicoterapia.
A queste difficoltà oggettive si aggiunge l'atteggiamento arrogante e ideologizzato della maggior parte degli operatori nei confronti delle famiglie e, talora ,dei malati stessi. Quando si rivolgono a questi Centriper averne aiuto, le famiglie vengono spesso trattate in modo aggressivo e provocatorio per l'ovvio motivo che un'ormai ventennale cultura antipsichiatrica tende a criminalizzare la famiglia (e soprattutto la madre) addossandole la responsabilità della malattia del paziente.
A loro volta gli psicotici, che spesso sviluppano spinte aggressive contro i familiari come del resto contro tutti quanti convivono con loro, vedono queste spinte legittimate e, quando non sembrino abbastanza forti, attizzate e incoraggiate dal personale dei Centri di salute mentale. L'ultimo, tragicomico paradosso, è che poi i malati, dopo questi inutili colloqui pieni di buoni o cattivi consigli e di sermoni antipsichiatrici né richiesti né utilizzabili, vengono regolarmente rispediti nella famiglia, cioè nella fucina stessa (secondo la dottrina antipsichiatrica) della loro malattia.
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