Maria Luisa Zardini: Inumae Vite e "La tragedia psichiatrica"
Parte I della Prefazione (Luigi De Marchi) - Dalla contraccezione alla contestata antipsichiattria. Prefazione al libro "La tragedia psichiatrica", ancora di attualità; storie di pazienti nel periodo 1978-1986.
Nel 1969 Maria Luisa Zardini, che fin dai primi anni Cinquanta aveva iniziato con me la lotta per il diritto alla contraccezione, pubblicò Inumane Vite: un libro che, in polemica con l'enciclica paolina Humanae Vitae, denunciava le condizioni disumane di vita imposte alle donne più povere dal rifiuto papale della pillola e degli altri contraccettivi validi.
Quelle condizioni le si erano rivelate in tutto il loro orrore quando, alla fine degli anni Cinquanta, aveva intrapreso da sola il primo programma di assistenza contraccettiva domiciliare, portando a migliaia di donne delle borgate romane i primi anticoncezionali e, con essi, la salvezza dal calvario delle gravidanze a ripetizione e degli aborti clandestini.
Il libro “La tragedia psichatrica” si collega idealmente a quello, in vari modi. Anzitutto, perché anche qui la parola è data finalmente alle vittime del dogmatismo ideologico - in questo caso i familiari e i malati - dopo anni e anni di disquisizioni condotte sulla loro testa e sulla loro pelle dai « liberatori » basagliani. E queste testimonianze hanno una carica di verità, di umanità, di denuncia, infinitamente più drammatica di qualsiasi discorso teorico.
Esse ci fanno toccare con mano la realtà vergognosa e atroce in cui si è tradotta e ridotta la tanto esaltata rivoluzione antipsichiatrica. In secondo luogo perché, oggi come vent'anni fa, la Zardini dà voce a un dolore non solo ignorato ma imbavagliato. Ormai da quasi dieci anni, (nr. siamo nel 1986) infatti, al riparo ed anzi con la complicità della legge, continua silenziosamente nel nostro paese un massacro psichico e fisico di massa che solo poche voci coraggiose (vorrei qui ricordare almeno quella di Mario Tobino) hanno osato denunciare.
Dai tempi del fascismo (ma di quello « repubblichino », non di quello moderato e applaudito degli anni Trenta) non era mai accaduto in Italia che una minoranza arrogante e bene annidata nell'apparato dello Stato potesse imporre a migliaia di italiani, col favore della legge e della stampa di regime, un'esistenza così assediata, giorno e notte, dall'angoscia, dalla violenza e dal sangue e così spogliata d'ogni più elementare diritto umano: il diritto all'incolumità fisica e alla sicurezza, il diritto alla « privacy » e alla dignità personale, il diritto all'assistenza medica e alla tutela della forza pubblica contro le aggressioni alla propria persona o ai propri beni o al proprio domicilio. In terzo luogo, oggi come vent'anni fa la denuncia di Maria Luisa Zardini affronta un problema sostanzialmente snobbato dalla maggior parte della classe politica e della cultura dominante.
Allora il problema era quello della sofferenza prodotta dal rifiuto dell'assistenza contraccettiva, oggi è quello della sofferenza prodotta dal rifiuto dell'assistenza psichiatrica. E oggi come allora, la cultura di regime - quella che controlla i giornali, i mass-media e perfino le cattedre universitarie - è latitante. Negli ultimi trent'anni i bonzi di questa cultura e politica di regime hanno cambiato atteggiamento verso l'assistenza contraccettiva, al punto di accettarne l'inserimento nei servizi sanitari pubblici, e c'è quindi da sperare che altrettanto avvenga in futuro per l'assistenza psichiatrica: anzi i primi sintomi di resipiscenza sembrano profilarsi.
Ma c'è da domandarsi che cosa porti tanti personaggi di prima e di terza pagina ad accettare solo con molti anni di ritardo le osservazioni e le conclusioni suggerite a ogni mente indipendente dal realismo e dal senso di umanità. Forse ciò deriva dal provincialismo di troppi intellettuali e politici nostrani che, privi di fiducia nelle proprie autonome capacità di giudizio, finiscono per pensare secondo mode d'importazione (volta a volta lo stalinismo, il maoismo, il femminismo dogmatico, e oggi il reaganismo o il woytilismo) che sono considerate altrettanti blasoni culturali e che vengono rilanciate e perpetuate anche quando si sono esaurite alla fonte. L'antipsichiatria fu sicuramente una di queste mode d'importazione, anche se, forse, ci sono fattori più specifici della sua fortuna, che metterà conto di discutere più avanti.
Se, da un lato, le testimonianze presentate in questo libro hanno la tremenda carica drammatica del vissuto personale e concreto, dall'altro esse non possono di certo essere circoscritte all'ambito dei fatti singoli o dei casi-limite. Maria Luisa Zardini è presidente dell'Associazione per la riforma dell'assistenza psichiatrica (ARAP), un'associazione di familiari e malati che opera ormai da vari anni, è presente in 68 città d'Italia, custodisce nei suoi archivi documentazioni e dati su migliaia e migliaia di casi analoghi a quelli presentati in questo libro e ha ormai raccolto quasi cinquantamila firme per una petizione popolare di drastica modifica della legge 180.
Ma anche la documentazione dell'ARAP, d'altronde severamente limitata dall'estrema povertà di mezzi dell'Associazione (che non ha mai ottenuto alcun appoggio mentre i fautori della 180 ricevevano dallo Stato migliaia di miliardi, oltre che per i loro stipendi, anche per i loro convegni « scientifici » di auto-incensamento), è solo la punta affiorante di un continente sommerso di sofferenza.
Il dolore di questi familiari e di questi malati, infatti, è spesso ignorato: non solo perché quasi nessuno si cura di esplorarlo: e svelarlo, ma anche perché si chiude esso stesso nel silenzio sotto il peso della vergogna e dell'ostracismo sociale: proprio come accadeva vent'anni fa per le tragedie della sessualità, dell'aborto, della prolificità forzata.
Del resto, le dimensioni imponenti della tragedia psichiatrica emergono dai dati ormai acquisiti dell'epidemiologia medica.
Secondo le rilevazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) (1986), la sola schizofrenia colpisce in media, in Europa, l'1% della popolazione: ad essa vanno poi aggiunte le psicosi organiche, le psicosi maniaco-depressive e altre gravi forme psicotiche.
Si può quindi prudenzialmente calcolare che gli psicotici (cioè le persone colpite da malattie mentali gravi) siano oggi in Italia da 800.000 a: 1.000.000 e che intorno a loro ruotino circa 3 milioni: di familiari. Si tratta dunque di circa 4 milioni di cittadini condannati a una vita d'inferno (e, per quanto: riguarda i malati, anche a un fatale aggravamento della patologia) dall'abbandono in cui li ha gettati l'attuale irresponsabile legislazione.
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