Udine: Un’ascia in via Poscolle e il silenzio che fa più rumore
Udine, 22 settembre. Una donna di circa cinquant’anni percorre la centrale via Poscolle con un’ascia in mano, in evidente stato di agitazione. Urla, pronuncia minacce non meglio precisate e semina paura tra passanti, commercianti e clienti dei locali. Intervengono tre pattuglie della Polizia locale. La donna viene disarmata e successivamente affidata ai sanitari, che dispongono il trattamento sanitario obbligatorio. Nessuno rimane ferito.
È una di quelle notizie che, lette rapidamente, rischiano di finire nella categoria della cronaca minore. Eppure basterebbe fermarsi un momento sui dettagli per capire che tanto minore non è.
L'episodio si verifica nel pomeriggio, intorno alle 16, in una delle vie del centro cittadino. Secondo la ricostruzione pubblicata dal Messaggero Veneto, la donna viene individuata all'altezza del civico 22 e gli agenti riescono a bloccarla prima che la situazione degeneri. Sul posto arrivano anche ambulanza e automedica.
Il dato più importante è forse quello che non è accaduto: nessuno è stato colpito. Ma sarebbe un errore confondere l'assenza di vittime con l'assenza di un problema.
Una persona che percorre una strada del centro abitata e frequentata impugnando un'ascia rappresenta, indipendentemente dalle ragioni che hanno determinato il suo comportamento, una situazione di grave rischio. Il fatto che l'intervento della Polizia locale abbia evitato conseguenze peggiori è certamente un elemento positivo. Non cancella però la gravità potenziale dell'accaduto.
C'è poi un altro particolare che merita attenzione. Un commerciante della zona, interpellato dal Messaggero Veneto, riferisce che non sarebbe stata la prima volta che per la stessa donna veniva richiesto l'intervento delle forze dell'ordine.
Pertanto, possiamo affermare che come al solito il problema di sicurezza pubblica è imputabile alle istituzioni assenti e al fatto che questa persona, già sofferente mentale, probabilmente non è stata seguita come si dovrebbe oppure che, come al solito causa il consenso negato, si è sottratta alle cure.
La novità, questa volta, sarebbe stata proprio la presenza dell'ascia. È un elemento riferito da un testimone e va dunque considerato come tale, ma pone una domanda concreta: quanto spesso ci si accorge di una situazione problematica soltanto quando questa raggiunge una soglia di pericolo evidente?
Una notizia locale, ma non soltanto locale
L'episodio è stato raccontato da alcune testate del territorio, tra cui Messaggero Veneto, Prima Friuli e Nordest24.
Nelle ricerche effettuate sull'archivio online del TGR Friuli Venezia Giulia non emerge invece un servizio specifico dedicato all'episodio di via Poscolle. L'archivio mostra, per quelle giornate, numerose altre notizie riguardanti Udine e il Friuli Venezia Giulia.
Ed è proprio qui che la vicenda assume un significato più ampio.
Non si tratta di stabilire che ogni episodio di cronaca debba necessariamente finire in televisione. Una redazione deve selezionare le notizie e non esiste un automatismo per cui un fatto, per quanto serio, debba necessariamente essere trasmesso.
Ma una domanda è legittima: quale soglia di gravità deve raggiungere un episodio perché una comunità venga informata di ciò che è accaduto nelle proprie strade?
Una donna armata di ascia che si aggira in una strada centrale, con passanti e attività commerciali intorno, non è soltanto una curiosità di cronaca. È un episodio che tocca contemporaneamente sicurezza urbana, salute mentale, capacità di intervento delle forze dell'ordine, gestione delle situazioni di crisi e percezione della sicurezza da parte dei cittadini.
Il problema più grande è quando l'eccezione diventa abitudine
Il rischio, forse, è un altro, è quello di abituarsi a tutti questi eventi: urla e aggressioni in strada, persone in evidente stato di alterazione che vagano nei centri cittadini, ambulanze a sirene spiegate che arrivano quando qualcosa è già accaduto
Ed è qui che la cronaca diventa una questione sociale.
Non perché ogni episodio debba essere utilizzato per alimentare paura o allarme, ma perché una società sana dovrebbe interrogarsi quando determinati fenomeni tendono a ripetersi.
La sicurezza non è soltanto repressione. Quando una persona arriva al punto di circolare in una strada pubblica con un'ascia, la questione non può essere liquidata semplicemente con il fatto che "per fortuna non è successo nulla".
Quella frase — per fortuna non è successo nulla — dovrebbe essere l'inizio di una riflessione, non la fine.
La normalità dell'anormale
Forse il vero campanello d'allarme è proprio questo: il rischio che ciò che dovrebbe apparire anormale cominci a essere percepito come normale.
Non è normale che una persona percorra una strada del centro impugnando un'ascia. Non è normale che passanti e commercianti debbano assistere a scene del genere e aspettare l'intervento delle forze dell'ordine. E non dovrebbe essere normale nemmeno che, dopo qualche ora, tutto venga archiviato come una semplice notizia di cronaca locale.
E se cambiasse il protagonista?
C'è poi una domanda che merita di essere posta, senza pregiudizi e senza trasformarla in una contrapposizione ideologica: quanto pesa l'identità del protagonista nel determinare l'attenzione riservata a un fatto di cronaca?
A Milano, negli ultimi mesi, episodi di aggressioni con machete e altri oggetti da taglio hanno ricevuto una forte attenzione mediatica. In alcuni casi le cronache hanno messo in evidenza anche l'origine straniera degli indagati. È accaduto, per esempio, per l'aggressione alla stazione di Crescenzago, dove due diciassettenni, un cittadino egiziano e uno romeno, sono stati fermati con l'accusa di tentato omicidio dopo l'aggressione a un trentenne.
Naturalmente i fatti non sono sovrapponibili: a Milano ci sono stati feriti gravi e un'ipotesi di tentato omicidio; a Udine, fortunatamente, nessuno è rimasto ferito. Ma proprio per questo il tema può essere posto senza semplificazioni: i criteri con cui una notizia di sicurezza viene scelta, amplificata o ignorata dovrebbero essere trasparenti e coerenti, indipendentemente dalla nazionalità, dall'origine o dal colore della pelle del protagonista.
Perché il punto, alla fine, non dovrebbe essere chi impugna l'ascia.
Il punto dovrebbe essere che un'ascia viene impugnata in mezzo alla gente, in pieno centro città.
E che, se episodi simili cominciano a diventare ricorrenti, il rischio più serio è proprio quello di abituarsi all'inaccettabile.
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