La necessità di protezione dei sofferenti mentali più problematici
Non è possibile negare che negli ultimi venti anni - soprattutto grazie ai nuovi farmaci - la malattia mentale è suscettibile di migliori cure e trattamenti. I sofferenti che non rispondono alle cure necessitano di protezione?
Molte patologie possono essere curate o meglio trattate; altre come le psicosi gravi o la schizofrenia, i disturbi di personalità, disturbi bipolari, nonostante nuovi trattamenti spesso sono difficili da trattare. Si usa il termine “trattare” perché curare implica la guarigione, mentre molte patologie mentali sfociano inevitabilmente nella cronicizzazione.
Si può comunque fare molto perché le strutture territoriali, opportunamente organizzate, possano rispondere ai bisogni dei pazienti e delle famiglie. Non si può parlare di guarigione ma di stabilizzazione della persona così da poter vivere e socializzare con gli altri, fermo restando che “socializzare” è un termine controverso perché è noto i malati mentali sono soggetti alla derisione ed emarginazione, o meglio come hanno osservato alcuni esperti anni fa “tollerati a malapena”.
Sorge allora la domanda se il malato mentale cronico debba essere protetto o meno.
Nell'immaginario collettivo la chiusura dei manicomi doveva risolversi nell'avvio di strutture alternative, ma è questo che diversi medici antipsichiatri non vogliono. Molti sostengono che il malato è responsabile di quello che fa, che può e deve vivere nella comunità, che la malattia mentale è un problema di cultura e di mancanza di tolleranza se non uno stile di vita.
Salutementale.org non contesta il valore della psichiatria comunitaria, bensì la mancanza di precise regole e responsabilità degli operatori. Per molti anni le strutture sono state sviluppate in modo diverso da Regione a Regione, senza alcun coordinamento o standard.
A Trieste e nella Regione Friuli Venezia Giulia, dopo anni di richieste insistenti da parte delle famiglie i medici rifiutano la logica della protezione in nome di una riapertura dei manicomi. Non tengono conto del fatto che ci sono persone ammalate lievi e più gravi e queste ultime spesso intrattabili. Tutti hanno diritto alle cure, ovviamente, ma i casi più complessi non vanno protetti, secondo loro, pena la riapertura del manicomio.
Di fatto, a distanza di molti anni dalla famosa deistituzionalizzazione selvaggia, gli operatori «camaleonti» si riavvicinano alle famiglie, negando il passato e dichiarando apertamente che c'è la necessità di attivare strutture terapeutiche. Non le vogliono chiamare protette ma alla fine lo sono; luoghi di sola ospitalità con lo scopo di reinserire il malato (grave) nel contesto sociale - in luogo si trasformano invece in accoglienza a vita.
Questa inversione di tendenza è iniziata grossomodo nel 1990, quando era ormai chiaro che continuare a sostenere idee di stampo o derivazione antipsichiatrica era una pura follia. Meglio tardi che mai.
Questo fatto va messo in relazione anche alle scoperte neurobiologiche consentite da nuovi mezzi diagnostici come MRI, TAC, ecc. che hanno aperto nuove frontiere nella conoscenza e cura delle malattie mentali.
Negli Stati Uniti si calcola che una quota che varia dal 10 al 20 percento dei malati gravi risponde solo in parte agli antipsicotici, è propensa alla aggressione; i pazienti che evidenziano sintomi di piromania, si spogliano in pubblico, esibiscono comportamenti inappropriati o sono privi di un valido aiuto necessitano di una protezione presso una istituzione.
Sarebbe un falso storico negare l'esistenza di questi eventi nelle realtà italiane, che si sono moltiplicati negli ultimi anni
Si stima che, esistendo un buon servizio territoriale, almeno il 30% dei soli schizofrenici più gravi abbisogna di strutture adeguate e che un altro 20% necessita di una forte rete di sostegno.
Purtroppo in molte zone di Italia i pazienti sono stati abbandonati a lungo - dopo la deistituzionalizzazione - e di conseguenza sono divenuti cronici.
Quindi c'è una massa sempre più crescente di persone che si sono aggravate, maggiore del 50% di persone che vivono la malattia in maniera disgregante.
Questo non significa comunque che tutti i pazienti vanno «istituzionalizzati», bensì che - come nel caso di altre malattie - chi necessita di cure a medio-lungo termine le possa finalmente ricevere in un ambiente sicuro e protetto, dove poter progredire e diventare progressivamente autonomo fino, inserito in ambito territoriale. Questo implica però che solo una parte progredirà; l'altra avrà bisogno di forme d'aiuto e assistenza a vita.
Nonostante l'esistenza di una grave situazione sanitaria c'è chi ancora si batte strumentalmente solo per impedire le ammissioni, chi si oppone a forme di ricovero protetto (in mancanza di alternative), e via così, rendendo difficile una forma di difesa e protezione nei confronti dei pazienti più gravi.
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