«Matto come un Cavallo»: quando le buone intenzioni non bastano a giustificare le parole
C'è un paradosso che merita una discussione pubblica. A Cagliari, la ASL dedica due giornate alla memoria di Marco Cavallo, simbolo della rivoluzione basagliana e della liberazione delle persone recluse nei manicomi, e sceglie di intitolare l'iniziativa «Matto come un Cavallo».
L'obiettivo dichiarato è condivisibile: promuovere i diritti, l'inclusione, la libertà e il superamento dell'esclusione sociale. Ma proprio per questo il titolo suscita una domanda legittima: si può combattere lo stigma nella salute mentale continuando a utilizzare, come slogan istituzionale, una parola che viene oggi indicata tra quelle potenzialmente stigmatizzanti?
La domanda non è puramente lessicale. Riguarda la coerenza tra i principi proclamati e le modalità con cui vengono comunicati.
Le parole che stigmatizzano, secondo l'ISS
Il 1° ottobre 2026, in occasione della presentazione del vademecum Informare sulla salute mentale, l'Istituto Superiore di Sanità ha richiamato l'attenzione sui rischi associati all'uso improprio di termini come «matto», «pazzo» e «folle».
Il documento insiste sulla necessità di non ridurre una persona alla sua condizione di salute e di evitare espressioni che alimentino stereotipi e discriminazioni. Le indicazioni sono contenute nel Vademecum “Informare sulla Salute Mentale” del 5 ottobre 2025 e nasce da un’idea di Rai per la Sostenibilità ESG all’interno del Festival RO.MENS, promosso, dal Dipartimento di Salute Mentale ASL Roma 2 in collaborazione con l’Assessorato
ai Servizi Sociali e alla Salute di Roma Capitale.
Non si tratta di una semplice questione di sensibilità individuale. Le parole contribuiscono a costruire l'immagine sociale delle persone, possono condizionare il modo in cui vengono percepite e possono rendere più difficile chiedere aiuto o sentirsi accolti dai servizi.
Anche il portale SOS Psiche, nell'articolo «Non chiamiamoli matti», sostiene una posizione molto netta contro l'utilizzo di questo termine. La sua argomentazione richiama il percorso compiuto dalla lingua per abbandonare espressioni offensive o riduttive riferite ad altre condizioni di salute.
L'analogia con il termine «mongoloide», storicamente impiegato come appellativo per le persone con sindrome di Down, pone una questione importante: se riconosciamo che certe parole possono ridurre una persona alla sua condizione e perpetuare un pregiudizio, perché dovremmo considerare automaticamente innocuo il termine «matto» quando viene utilizzato da un'istituzione sanitaria?
Il paradosso di chi si considera paladino dell'antistigma
È proprio qui che la vicenda di Cagliari diventa interessante.
La tradizione basagliana ha contestato la segregazione manicomiale, la riduzione della persona a una diagnosi e il potere delle istituzioni di definire l'identità di chi vi era rinchiuso. Marco Cavallo è diventato uno dei simboli di questa liberazione: non un semplice oggetto artistico, ma un segno concreto della possibilità di abbattere i muri tra il manicomio e la società.
Eppure, se oggi i servizi di salute mentale devono impegnarsi a contrastare lo stigma anche attraverso il linguaggio, un titolo come «Matto come un Cavallo» richiede almeno una spiegazione.
Si può obiettare che il titolo sia ironico, che voglia provocare, rovesciare il significato della parola o riappropriarsene. È un'obiezione seria. Alcune persone possono scegliere consapevolmente di definirsi «matte» per rivendicare la propria identità, contestare il linguaggio medico dominante o sottrarre alla parola il suo potere offensivo.
Ma una riappropriazione linguistica non è automaticamente trasferibile da una persona a un'istituzione. Ciò che un individuo sceglie per sé non produce necessariamente lo stesso effetto quando diventa lo slogan di un servizio sanitario pubblico.
Una parola può essere liberatoria per chi la rivendica e umiliante per chi la subisce. Può funzionare all'interno di una comunità che ne conosce la storia e risultare ambigua quando viene presentata a un pubblico più ampio. Proprio per questo, l'intenzione provocatoria dovrebbe essere accompagnata da una riflessione esplicita sul significato e sui possibili effetti del messaggio.
Non basta essere antimanicomiali per essere automaticamente antistigma
Il rischio è che l'appartenenza a una tradizione culturale prestigiosa diventi una sorta di immunità dalla critica. Se un'espressione viene utilizzata dai suoi stessi sostenitori, si presume che non possa essere stigmatizzante perché inserita in un contesto emancipatorio.
Ma questa conclusione non regge. L'antistigma non consiste soltanto nel chiudere i manicomi, difendere i diritti o organizzare manifestazioni inclusive. Richiede anche di interrogarsi continuamente sulle rappresentazioni sociali della sofferenza psichica e sulle parole attraverso cui tali rappresentazioni vengono trasmesse.
Un servizio pubblico dovrebbe essere particolarmente attento a questa responsabilità. Non perché debba adottare un linguaggio artificiale o censurare ogni espressione controversa, ma perché dispone di un'autorevolezza istituzionale che rende le sue scelte comunicative più rilevanti.
Se l'ISS raccomanda di evitare determinati termini quando possono alimentare stereotipi, una ASL dovrebbe almeno spiegare perché decide di utilizzarne uno proprio nel titolo di un evento dedicato all'inclusione.
Non è necessariamente una violazione delle indicazioni: è una questione di coerenza, responsabilità e trasparenza comunicativa.
La domanda che la ASL dovrebbe affrontare
Non sarebbe stato difficile accompagnare il titolo con una spiegazione: si tratta di una provocazione consapevole? Di un tentativo di riappropriazione della parola? Di una citazione della cultura antimanicomiale? Le persone direttamente interessate hanno partecipato alla scelta e condividono questa impostazione?
Sono domande tutt'altro che pretestuose. Il programma dell'iniziativa dichiara il coinvolgimento di persone con esperienza diretta, familiari, operatori e associazioni. Sarebbe quindi utile sapere se anche la scelta linguistica sia stata oggetto di un confronto con loro.
Non occorre presumere che nessuno ci abbia riflettuto. Occorre chiedere che la riflessione sia resa visibile.
Il problema, in definitiva, non è che la parola «matto» debba scomparire dalla letteratura, dalla storia, dalle testimonianze personali o da ogni forma di espressione artistica. Il problema è se un'istituzione sanitaria possa usarla come richiamo pubblico senza interrogarsi sul suo significato contemporaneo.
Se le parole non sono neutre quando vengono utilizzate per stigmatizzare, non diventano automaticamente neutre quando vengono utilizzate da chi combatte lo stigma.
La rivoluzione basagliana ha insegnato che le persone non devono essere identificate con le categorie attraverso cui le istituzioni le classificano. Sarebbe paradossale trasformare quella lezione in una giustificazione preventiva di qualsiasi scelta linguistica compiuta in suo nome.
L'eredità di Basaglia non dovrebbe essere una tradizione intoccabile, ma una pratica di critica permanente, capace di mettere in discussione anche le proprie abitudini.
Per questo la domanda rivolta alla ASL Cagliari è semplice: se l'obiettivo è restituire dignità alle persone e contrastare lo stigma, perché scegliere proprio quella parola come titolo? E soprattutto: chi ha deciso che fosse la scelta più adatta, e sulla base di quale confronto con le persone che quel linguaggio dovrebbe rappresentare?
Non basta proclamare l'inclusione. Bisogna anche saper rendere conto delle parole con cui la si promuove.
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