Lucca e il "Ballo delle pazze" spettacolo teatrale con Marco Cavallo; l'uso inadatto delle parole che producono stigma
Il caso di Lucca, con l'iniziativa teatrale Il ballo delle pazze, inserita nella rassegna Campa Cavallo e accompagnata dalla presenza di Marco Cavallo, proprio come a Cagliari, ripropone una contraddizione che merita attenzione. Ma le parole sono inadatte; ancora una volta si ripropongono termini stigmatizzanti, usati proprio da chi dovrebbe combattere i pregiudizi.
L'obiettivo dichiarato è restituire voce e dignità alle persone recluse nei manicomi e combattere i pregiudizi sulla salute mentale, almeno sembra.
Ma è lecito domandarsi se espressioni come «pazze», così come «matto» nell'iniziativa di Cagliari, siano le più adatte a perseguire questo obiettivo.
La questione assume particolare rilievo quando queste parole vengono scelte da realtà che si richiamano alla cultura basagliana e alla lotta contro lo stigma. Si tratta del paradosso dei paradossi; stupisce la cecità degli organizzatori ai quali sono sfuggire le raccomandazioni ISS.
Non si tratta di censurare la memoria storica, la letteratura o la libertà artistica, né di negare che alcune persone possano riappropriarsi consapevolmente di termini controversi. Si tratta, piuttosto, di distinguere tra la scelta individuale di definirsi con una certa parola e la decisione di un'istituzione di adottarla come titolo pubblico.
Il contesto storico può spiegare l'espressione, ma non la rende automaticamente innocua nel presente. Se oggi si richiama l'attenzione sui rischi di parole che riducono le persone alla loro condizione, anche gli ambienti antimanicomiali dovrebbero interrogarsi sulle proprie pessime abitudini linguistiche.
Altrimenti si rischia di considerare lo stigma un problema soltanto quando proviene dall'esterno, senza riconoscere che può riprodursi anche attraverso formule familiari alla propria tradizione culturale. Marco Cavallo simboleggia l'abbattimento dei muri e la restituzione della parola a chi ne era stato privato: proprio questa eredità dovrebbe incoraggiare una riflessione critica sul linguaggio.
Non basta avere un'intenzione inclusiva per garantire che ogni scelta comunicativa sia coerente con essa. Sarebbe quindi opportuno chiedere agli organizzatori se i titoli siano stati discussi con le persone che vivono o hanno vissuto direttamente esperienze di sofferenza psichica.
La loro partecipazione non dovrebbe essere soltanto una presenza simbolica, ma un contributo effettivo alle decisioni che le riguardano. La lotta allo stigma richiede coerenza, ascolto e disponibilità a rivedere anche le parole alle quali si è affezionati.
Perché la lezione di Basaglia non può essere soltanto abbattere i muri dei manicomi: deve essere anche impedire che, fuori da quei muri, le persone continuino a essere imprigionate nelle parole.
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