“Matti per il calcio”: quando la lotta allo stigma inciampa nelle parole
Da una parte l’ISS ci spiega che il pregiudizio può tenere lontane le persone dal Centro di Salute Mentale. Dall’altra, nello stesso mondo della salute mentale, si organizza un torneo che si chiama “Matti per il calcio”. È davvero così che si combatte lo stigma?
C'è paradosso linguistico al centro, che a nostro avviso dura da 18 anni, tanti solo quelli della manifestazione “Matti per il calcio” giunta alla XVIII rassegna nazionale, alla quale partecipano diversi Dipartimenti di salute mentale. Il messaggio lanciato è proprio “scenderanno persone, non diagnosi”.
C'è qualcosa che non torna
E non è una sottigliezza linguistica. Non è una questione da filologi, né una disputa sul politicamente corretto. È una questione di coerenza.
Mentre le istituzioni sanitarie spiegano agli italiani che il pregiudizio sulla malattia mentale può essere un ostacolo alla richiesta di aiuto e alla continuità delle cure, nello stesso momento il mondo della salute mentale continua a utilizzare pubblicamente, persino come marchio di una manifestazione nazionale, la parola che quel pregiudizio incarna: “matti”.
Da una parte si chiede alla società di superare lo stigma e dall'altra lo si mette in locandina.
Il paradosso è servito
La campagna dell'Istituto Superiore di Sanità parte da una domanda precisa: “Chi va al CSM è davvero un matto o un debole?”
La risposta implicita è ovviamente no; è una sacrosanta risposta.
Chi entra in un Centro di Salute Mentale non diventa una categoria umana diversa. Non smette di essere una persona. Non è “il matto”. È una persona che sta attraversando una condizione di sofferenza e che si rivolge a un servizio sanitario.
Il problema è che questa operazione di contrasto allo stigma si scontra frontalmente con una realtà che proviene dallo stesso universo della salute mentale.
A San Benedetto del Tronto, dal 24 al 26 settembre, si svolge infatti la XVIII rassegna nazionale dei Dipartimenti di salute mentale organizzata dall'Uisp: “Matti per il calcio”.
Dodici squadre. Persone con disagio mentale, operatori, medici, infermieri. Una manifestazione che dichiara di voler creare occasioni di incontro e abbattere le differenze. Tutto molto bello; ma allora perché chiamarli matti?
Non è una questione di calcio. È una questione di linguaggio
Sia chiaro: nessuno mette in discussione il valore dello sport, della socializzazione o dell'inclusione. Il problema è il linguaggio e quello che può evocare un termine così dispregiativo.
Se la campagna dell'ISS spiega che parole come “matto” e “debole” possono alimentare il pregiudizio e scoraggiare le persone dal chiedere aiuto, perché lo stesso mondo della salute mentale utilizza “Matti per il calcio” come titolo di una propria manifestazione?
La risposta potrebbe essere che dipende dal contesto: una parola può essere offensiva oppure ironica, può essere subita oppure rivendicata. Ma allora bisogna spiegare questa differenza, perché altrimenti il messaggio diventa contraddittorio.
A una persona che teme di essere giudicata si dice: non sei un matto, sei una persona che ha bisogno di cure.
Poi quella stessa persona trova scritto: “Matti per il calcio”.
Qual è il messaggio?
Il punto non è accusare gli organizzatori di discriminazione. Le finalità dichiarate della manifestazione sono anzi quelle dell'inclusione e del superamento dello stigma. Il punto è chiedersi se sia coerente combattere un'etichetta e, contemporaneamente, trasformarla in un marchio.
Se davvero, come sostiene la manifestazione, “scenderanno persone, non diagnosi”, allora perché chiamarle “matti”?
Forse il problema è proprio questo: la salute mentale sembra voler fare contemporaneamente due cose diverse. Da una parte vuole liberare le persone dalle etichette; dall'altra vuole riappropriarsi di una di quelle etichette.
È una scelta possibile, ma non neutrale. E soprattutto non si può dare per scontato che una parola storicamente usata come insulto diventi automaticamente innocua perché pronunciata con ironia o con buone intenzioni.
La lotta allo stigma dovrebbe partire anche da qui: dalla coerenza.
Perché se chiediamo alla società di smettere di chiamare “matti” coloro che si rivolgono ai servizi di salute mentale, sarebbe almeno legittimo domandarsi perché continuiamo a chiamarli così quando a farlo siamo noi.
La salute mentale è l'unica a non aver fatto alcun passo in avanti nè modificato certi termini - pensiamo ad esempio alle vecchie definizioni di mongoloidi quando si parlava di persone affette da sindrome di down.
Le persone sono persone. Non diagnosi. Non etichette. E nemmeno “matti”.
Altrimenti il rischio è quello di combattere lo stigma nei manifesti e riprodurlo, magari con un sorriso, nelle locandine.
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