Perché nelle manifestazioni, eventi e Centri gli operatori continuano a chiamarli “matti”?
L'ISS dice esplicitamente che ai CSM non si rivolgono “i matti”, ma cittadini che possono avere un disagio o un disturbo psichico, oltre a familiari e persone che entrano in contatto con queste problematiche. Anche Treccani, in un contributo dedicato al linguaggio della salute mentale, osserva che termini come “matto”, “pazzo”, “folle” e simili possono contribuire a mantenere pregiudizi e associazioni stigmatizzanti.
C'è qualcosa di profondamente contraddittorio nel modo in cui parliamo di salute mentale.
Da una parte ci indigniamo – giustamente – perché il pregiudizio tiene lontane le persone dai servizi. Spieghiamo che andare in un Centro di Salute Mentale non significa essere “matti”, che chiedere aiuto non equivale a essere pazzi, che la sofferenza psichica riguarda un numero enorme di persone e può assumere forme molto diverse.
Dall'altra, proprio nel mondo della salute mentale, continuiamo a organizzare iniziative chiamandole “Màt”, “Robe da Matti”, “Meglio Matti che Corti”, e persino manifestazioni sportive e “tornei dei matti”.
Ma allora di quale stigma stiamo parlando?
L'interrogativo non è linguistico nel senso banale del termine. Non si tratta di fare una guerra alle parole o di pretendere che ogni espressione colloquiale venga cancellata. Si tratta di chiedersi quale immagine della salute mentale trasmettiamo alle persone che dovremmo convincere a chiedere aiuto.
L'Istituto Superiore di Sanità ha affrontato esplicitamente questo equivoco: il Centro di Salute Mentale non è il luogo “dei matti”. È un servizio al quale possono rivolgersi cittadini con disagio o disturbo psichico, familiari e persone che, per lavoro o per altri motivi, entrano in contatto con queste problematiche. È una distinzione fondamentale.
Perché una persona che vive un attacco di panico, una depressione, un disturbo d'ansia, un disturbo alimentare, un disturbo ossessivo-compulsivo, una crisi adolescenziale, un problema di adattamento o una sofferenza che non sa ancora nemmeno nominare dovrebbe riconoscersi nella parola “matto”?
E soprattutto: perché dovrebbe sentirsi chiamata in causa da un servizio o da una manifestazione che utilizza proprio quella parola per identificare il mondo della salute mentale?
Il problema non sono soltanto le intenzioni
Qui c'è un equivoco che andrebbe finalmente superato.
Chi utilizza “matto” in una manifestazione sulla salute mentale spesso lo fa con intenzioni dichiaratamente positive: riappropriarsi della parola, sdrammatizzare, rompere il tabù, rivendicare un'identità, usare l'ironia contro il pregiudizio. Le intenzioni possono essere rispettabili.
Ma una buona intenzione non rende automaticamente neutrale una parola; soprattutto non obbliga tutti coloro che soffrono psicologicamente a riconoscersi in quell'identità.
Il problema è che la persona che ha già superato il primo ostacolo – ammettere a se stessa di avere bisogno di aiuto – potrebbe non avere alcuna voglia di entrare in un mondo che si presenta attraverso l'etichetta “matto”.
Non perché sia necessariamente offesa.
Ma perché potrebbe semplicemente pensare:
“Io non sono matto. Ho un problema. Ho bisogno di aiuto. Quindi questo non riguarda me.”
Ed è esattamente questo il cortocircuito che dovrebbe interessarci.
La contraddizione di “Màt” di Modena
Màt – Settimana della Salute Mentale nasce con l'obiettivo dichiarato di superare stigma e pregiudizio. La manifestazione è promossa dall'Azienda USL di Modena, con il coinvolgimento di associazioni, istituzioni e realtà del territorio. (Mat Modena)
Eppure il linguaggio utilizzato comprende da anni espressioni come “Meglio Matti che Corti”. Il concorso è esplicitamente presentato come strumento di inclusione, sensibilizzazione e lotta al pregiudizio. (Mat Modena)
È lecito allora porre una domanda scomoda:
si può combattere il pregiudizio nei confronti delle persone con problemi di salute mentale utilizzando contemporaneamente come marchio identificativo la parola “matto”?
La risposta non dovrebbe essere data per scontata. E il problema diventa ancora più evidente quando quella stessa parola entra nella comunicazione pubblica e istituzionale.
A Bologna, proprio in questi giorni, Cultura Bologna presenta “Robe da Matti – Psicologia per tutti”. La pagina ufficiale della manifestazione è stata pubblicata il 24 settembre 2026. (Cultura Bologna). “Psicologia per tutti”, dunque, ma chiamata “Robe da Matti”.
Non è forse questa una contraddizione che merita almeno di essere discussa?
“Matto” non è una diagnosi
C'è poi un altro problema: “Matto” non è una categoria clinica nè identifica una diagnosi. Non distingue nemmeno un disturbo lieve da uno grave, la depressione da una psicosi nè una crisi temporanea da una condizione cronica.
È un'etichetta sociale.
E proprio per questo può diventare un contenitore nel quale finisce tutto ciò che non comprendiamo della sofferenza psichica.
La stessa Treccani, affrontando il rapporto tra linguaggio e stigma nella salute mentale, osserva che parole come “matto”, “pazzo” e “folle” continuano a essere utilizzate e che l'uso di un linguaggio più consapevole viene considerato importante per contribuire al superamento del pregiudizio. (Treccani)
Quando si parla di salute mentale questo dovrebbe imporre una particolare cautela.
Il paradosso delle “patologie minori”
Il punto più delicato riguarda proprio le persone che rischiano di non riconoscersi nell'immagine tradizionale della malattia mentale.
Per decenni abbiamo associato la psichiatria nell'immaginario collettivo alle forme più gravi della sofferenza psichica: il “matto”, il folle, la persona da custodire, quella che “non è normale”.
Oggi sappiamo che la salute mentale è enormemente più ampia.
Lo stesso sistema dei servizi non si occupa soltanto delle condizioni più gravi. I dati pubblicati dall'AUSL di Modena mostrano, ad esempio, che tra le persone al primo contatto con i CSM le diagnosi più frequenti comprendevano anche le nevrosi, mentre la rete dei servizi comprende CSM, psicologia clinica e altri percorsi. (Mat Modena)
Ed è proprio qui che il linguaggio dovrebbe cambiare.
Perché se una persona con una depressione, un disturbo d'ansia o un'altra forma di sofferenza psicologica pensa che il servizio sia “per i matti”, abbiamo già perso una partita prima ancora che inizi.
Ma sappiamo che lo stigma costituisce una barriera all'accesso alle cure e sappiamo anche che le istituzioni sanitarie dichiarano di volerlo contrastare.
Allora il minimo che possiamo chiedere è una comunicazione coerente con questo obiettivo.
Se vogliamo portare le persone nei servizi, dobbiamo parlare anche a chi non si sente “matto”
La vera sfida della salute mentale non è soltanto convincere chi ha una grave patologia ad accettare le cure, è anche intercettare precocemente la sofferenza e fare in modo di dire: “Sto male e posso chiedere aiuto.”
Senza dover prima accettare l'identità di “matto”.
Per questo l'ISS ricorda che il CSM è un luogo rivolto ai cittadini con disagio o disturbo psichico e non una struttura riservata ai “matti”. (ISSalute)
La differenza tra queste due formulazioni non è cosmetica.
Nella prima c'è un cittadino che attraversa una difficoltà e può chiedere aiuto.
Nella seconda c'è una categoria sociale nella quale il cittadino deve riconoscersi prima di sentirsi autorizzato a entrare.
E allora la domanda finale è inevitabile.
Se diciamo alle persone che il pregiudizio le tiene lontane dai servizi, perché continuiamo a costruire la comunicazione della salute mentale attorno alla parola che più di ogni altra identifica, nell'immaginario comune, proprio quel pregiudizio?
Forse è arrivato il momento di fare un passo ulteriore: perlomeno vietare l'uso nei servizi, negli eventi e manifestazioni. Un ottimo articolo sull'argomento, pubblicato da anni, lo trovare in sospsiche.it (vedi link relazionati).
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