Protocollo di Oviedo, parte V: il silenzio vergognoso che le associazioni dei familiari non possono più permettersi
Quattordici anni di discussione. Un tema che riguarda direttamente le persone con le malattie mentali più gravi. E il silenzio ingiustificato di gran parte delle associazioni italiane dei familiari, che non si pronunciano su importanti questioni che riguardano loro e il congiunto.
Il testo seguente riguarda la presa di posizione delle Associazioni Italiane di Famigliari, realtà frammentata e incapace di coordinarsi in un forte gruppo nazionale capace di rivendicare unitariamente le proprie necessità e difendere i propri diritti. Fa riferimento a due questioni (vedi Link a piè di pagina): il Protocollo di Oviedo, una bozza della UE per uniformare i trattamenti involontari a livello europeo e la recente CM/Rec(2026)8 il 17 giugno 2026 del Consiglio d'Europa.-
Non un dibattito, non una presa di posizione e nemmeno una discussione pubblica all'altezza della posta in gioco.
Il Silenzio del tutto italiano: chi tace acconsente
È difficile trovare un'altra parola. Il Protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Oviedo ha diviso governi, giuristi, psichiatri, associazioni di utenti e organizzazioni internazionali. Si è discusso di libertà personale, consenso, trattamenti involontari, garanzie procedurali e tutela delle persone più vulnerabili.
In Italia, invece, molte associazioni che dovrebbero rappresentare le famiglie sono rimaste alla finestra, non per un giorno bensì da oltre un decennoi. E questo silenzio, dopo quattordici anni, è diventato inaccettabile.
Sia chiaro: nessuno pretende che tutte le associazioni dei familiari sostengano il Protocollo. È legittimo contestarlo, chiederne modifiche o persino chiederne il ritiro.
Ma tacere è un'altra cosa: significa lasciare che altri decidano ed è per questo sacrosanto motivo che molti familiari perdono la fiducia nelle cosiddette associazioni di familiari che invece dovrebbero rappresentarli. A ben vedere la logica “ognun per sé, Dio con tutti” ha prodotto nefaste conseguenze; la mancata coesione tra le associazioni locali denota una scarsa solidarietà e spesso e protagonismo egoista.
Le persone più gravi scompaiono dal dibattito
Nel confronto sul trattamento involontario c'è un rischio sempre più evidente: discutere di principi generali e dimenticare le persone reali.
Le persone che non chiedono aiuto, quelle che rifiutano ogni contatto con i servizi, che non riconoscono la propria malattia perdono progressivamente la capacità di proteggere se stesse. Sono queste le situazioni più difficili, spesso indicate dai mass media come “casi complicati” che sfociano in drammi familiari e tragedie.
Ed è proprio qui che il Protocollo di Oviedo, a parere di molti familiari, merita almeno di essere discusso senza pregiudizi.
Perché un sistema di garanzie, controlli e verifiche indipendenti può essere una protezione. Non necessariamente una minaccia.
Il punto non dovrebbe essere: trattamento sì o trattamento no.
Il punto dovrebbe essere: chi controlla? Con quali garanzie? In base a quali condizioni? E chi protegge una persona che non è più in grado di chiedere aiuto? Sono domande scomode, ma non per questo possono essere ignorate.
Le famiglie non chiedono di decidere
C'è poi un'altra questione che il dibattito italiano continua a rimuovere: le famiglie non chiedono il potere di decidere la cura di un'altra persona.
Non dovrebbero averlo, ma non possono nemmeno essere condannate all'impotenza. Tra decidere un trattamento e non poter fare nulla esiste uno spazio enorme.
Un padre, una madre, un fratello o una sorella dovrebbero poter segnalare una situazione grave. Dovrebbero poter chiedere che venga valutata. Dovrebbero poter sottoporre il caso a un'autorità indipendente.
Oggi, invece, troppe famiglie assistono al peggioramento di una persona fino a quando la situazione non precipita in modo irreversibile e poi sostenere gli oneri legali e patrimoniali di quanto accaduto. Prima c'è l'impotenza, poi arriva la crisi. E soltanto allora entrano in scena i servizi, l'emergenza, le forze dell'ordine.
Possibile che non esista nulla tra l'abbandono e la crisi?
La figura di un Garante
È qui che dovrebbe aprirsi una discussione seria sulla possibilità per i familiari di rivolgersi a un'autorità indipendente — un Garante per la Salute Mentale, per esempio — per segnalare una situazione e chiedere una valutazione. Al quale può e deve rivolgersi anche il sofferente per segnalare abusi alle cure. Una sorta di “pareggio dei diritti e della giustizia”, non solo a favore del sofferente.
Non per imporre una cura o per sostituirsi alla persona, ma per verificare se quella persona sia realmente libera o semplicemente lasciata sola e ottenere ACT e trattamenti extra-ospedalieri potenziati ora non previsti dal nostro ordinamento. Qualcosa di ben diverso dal cosiddetto manicomio.
Il paradosso delle associazioni
Molte associazioni italiane dei familiari lavorano seriamente sul territorio: organizzano incontri, promuovono attività, sostengono iniziative riabilitative e creano occasioni di socialità. Tutto utile e rispettabile.
Ma non basta.
Un'associazione che pretende di rappresentare le famiglie deve anche occuparsi delle grandi decisioni che incidono sulla loro vita.; sapere di cosa si discute in Italia, che cosa accade in Europa; informare i propri iscritti e prendere posizione.
Purtroppo il dividi et impera italiano è stato causato dalla trappola della regionalizzazione. Ogni associazione è convinta di risolvere i problemi locali e far miracoli riscrivendo la storia della psichiatria. Ma non è così.
Il reale paradosso è che ogni associazione rischia di diventare una buona organizzatrice di attività locali, ma non una vera rappresentante degli interessi dei familiari.
Molte associazioni hanno perso di vista il livello nazionale ed europeo, proprio dove si prendono decisioni destinate a incidere sui diritti dei malati e delle loro famiglie. È un limite politico e culturale che alla fine allontana i nuovi famigliari dalle attività, tanto non si sentono tutelati.
Il silenzio non è neutralità
Il movimento europeo dei familiari non è estraneo a questo dibattito. EUFAMI, per esempio, ha espresso nel tempo una posizione articolata: ridurre al massimo la coercizione, ma non necessariamente negare ogni possibilità di intervento in situazioni estreme.
Una posizione discutibile, naturalmente, ma almeno una posizione; in Italia, è purtroppo, non c'è neppure quella. Dopo quattordici anni di discussione sul Protocollo di Oviedo, il silenzio non può più essere scambiato per prudenza.
Non è neutralità, è assenza, inazione, mancanza di informazione, abulia associativa dovuta anche a “piccoli reami” associativi dove ci sono pochi familiari ai vertici da troppi anni, mai sostituiti, che si danno forse troppa importanza e spesso dediti alla difesa dei confini associativi., Poco proni ad unirsi ad organizzazioni nazionali e spesso autoreferenziali.
E rischia di trasformarsi in una rinuncia alla rappresentanza, a confrontarsi con il Parlamento, con il Governo e con le istituzioni europee.
Perché mentre le associazioni tacciono, le decisioni vanno avanti. E le decisioni potrebbero essere prese senza che chi vive ogni giorno accanto alle persone più gravemente malate abbia avuto la possibilità di far sentire la propria voce.
Questo è il vero scandalo.
Non essere favorevoli o contrari al Protocollo; tutto può andar bene.
E i familiari hanno il diritto di pretendere che le associazioni che dicono di rappresentarle smettano di guardare soltanto al proprio territorio.
Perché le decisioni più importanti, spesso, vengono prese altrove. E quando ci si accorge di ciò che è stato deciso, può essere troppo tardi.
Dovere di cronaca
Prese di posizione delle associazioni di familiari, ricerca svolta con la IA, testo aggiornato al 10 settembre 2026:
La federazione europea rappresenta associazioni di familiari EUFAMI e ha elaborato una posizione sulla coercizione non abolizionista: la coercizione viene descritta come un fallimento nel garantire alternative adeguate, ma può essere considerata come ultima risorsa in determinate circostanze di grave rischio.
Questo dato introduce una frattura concettuale molto importante rispetto alla posizione dell'appello "Withdraw Oviedo", cui ha aderito UNASAM che vuole il superamento della coercizione e il ritiro del Protocollo di Oviedo. Nessuna altra associazione di familiari ha espresso un parere pubblico o ha acceso un dibattito. Pertanto: DiApsi, URASAM Emilia-Romagna, Famiglie in Rete per la Salute Mentale, AITSAM e altre associazioni locali/minori non hanno preso posizione sul Procollo.
La posizione UNSAM è politicamente molto significativa perché costituisce una rete di associazioni per la salute mentale nella quale i familiari hanno storicamente una cerrta presenza. Tuttavia, dal punto di vista strettamente associativo, UNASAM non è equivalente a una federazione composta esclusivamente da familiari: questo va tenuto presente.
Il Consiglio d'Europa ha adottato CM/Rec(2026)8 il 17 giugno 2026 e al momento del censimento, non emerge ancora una significativa produzione pubblica italiana delle associazioni familiari specificamente dedicata alla Raccomandazione. È quindi possibile che nuove posizioni compaiano nei prossimi mesi.
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