Il paradosso della salute mentale: se la gita in barca a vela vale quanto la psichiatria di frontiera
Il dibattito sulla salute mentale in Italia si arricchisce oggi di un nuovo, delicato capitolo: una proposta di legge della Lega per riconoscere le professioni del settore tra i lavori usuranti. Boutade elettorale o proposta seria?
Un’istanza che, a prima vista, appare sacrosanta. Premettiamo che non abbiamo visionato alcuna proposta, ma desideriamo commentare l'annuncio dato da numerosi quotidiani online tra ieri e oggi, nella convinzione che il seguente testo, critico, possa fornire alcuni elementi utili alla discussione di tale proposta.
Chiunque abbia mai varcato la soglia di un Centro di Salute Mentale o di un reparto di diagnosi e cura sa perfettamente quanto il disagio psichico possa logorare non solo chi ne soffre, ma anche chi è chiamato a curarlo. Eppure, dietro la giusta rivendicazione di una categoria, si nasconde un paradosso sistemico che non può più essere taciuto.
L’usura, nella psichiatria moderna, non è una tassa democratica che colpisce tutti allo stesso modo. Esiste una linea di demarcazione netta, un confine invisibile ma invalicabile, tra chi opera nella trincea della gravità e chi si muove nelle retrovie del comfort riabilitativo.
Da un lato della barricata ci sono gli operatori "di frontiera". Sono coloro che affrontano quotidianamente i pazienti più complessi, i casi cronici, le acuzie che esplodono nel cuore della notte, spesso con aggressività e violenza. Professionisti che si scontrano con il muro del rifiuto delle cure, che gestiscono l'aggressività, il delirio, l'abbandono sociale e familiare. È un lavoro di logoramento puro, dove il rischio di burnout è altissimo e la gratificazione immediata è un lusso raro.
Questa è l'usura che merita tutele, indennità e ponti d'oro verso il pensionamento anticipato.
Dall'altro lato, tuttavia, assistiamo troppo spesso a uno scenario differente. In molti servizi, una fetta consistente di risorse umane e di tempo prezioso viene canalizzata verso attività riabilitative destinate a pazienti a bassissima intensità di cura. Intendiamoci: l'inclusione sociale è un pilastro fondamentale. Ma quando il baricentro del lavoro terapeutico si sposta stabilmente verso la partecipazione a tornei di calcio, gite, l'organizzazione di visite a mostre d'arte, cineforum, laboratori soft o persino uscite a veleggiare allegramente per i mari o svolgere attività “terapeutiche” con il tiro all'arco e con i pazienti meno gravi, la prospettiva cambia notevolmente.
Senza considerare la dovuta e lecita irritazione e rabbia dei familiari di persone altamente problematiche, costretti a fare da caregiver 24/24 ore al giorno di pazienti complessi che si sottraggono alle cure. Sono loro, i familiari, spesso oggetto di insulti e atti aggressivi, per quali non c'è alcuna gitarella o attività ludica, e nemmeno tutela, telecamera, incentivo, sicurezza, guardia del corpo a difenderli.
Perché se il lavoro si trasforma in un palinsesto di attività piacevoli e socializzanti, legittime ma decisamente meno logoranti, crolla il presupposto stesso del concetto di "lavoro usurante". Non si può pretendere lo stesso riconoscimento di chi, nello stesso istante, sta affrontando un codice rosso domiciliare o il dramma di un paziente non collaborativo. Il rischio reale è che queste attività diventino una comoda zona di comfort per una parte del personale, una via di fuga per "prodigarsi" laddove il carico emotivo e il pericolo sono minimi, lasciando i casi più spinosi sulle spalle dei soliti pochi.
Di fronte a questa polarizzazione, la risposta della politica e dei sindacati non può essere la solita, pigra dinamica del finanziamento a pioggia. Estendere i benefici del lavoro usurante in modo automatico e universale a chiunque operi nel comparto della salute mentale sarebbe un’ingiustizia distributiva intollerabile. Significherebbe premiare allo stesso modo il sacrificio estremo e l'intrattenimento culturale.
Il denaro pubblico, oggi più che mai scarso, va gestito con criteri di equità e merito. Non servono indennità a pioggia o prepensionamenti di categoria per accaparrarsi solo la compiacenza dell'elettorato.
Serve, invece, il coraggio di differenziare: i bonus, gli incentivi economici e le tutele previdenziali devono andare esclusivamente a chi si fa carico della complessità, a chi accetta di misurarsi con i pazienti più problematici e rifiutanti. Solo valorizzando chi rischia davvero in prima linea potremo salvare un sistema sanitario che, altrimenti, rischia di finanziare il tempo libero di pochi a spese della salute dei più gravi.
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