Due TSO avvenuti in breve tempo, alla dimissione dal secondo Giorgia nuovamente aggredita
La storia di Giorgia, aggredita dall’ex compagno dopo il secondo TSO nel giro di pochi giorni, non è rara o singolare, rischia di diventare purtroppo la normalità. Il persecutore dopo le dimissioni ha fatto un'irruzione nel luogo in cui lavorava; sfondato una porta blindata con una violenza e forza inaudita. E' palese che questa persona non è stata presa in carico, anzi lasciata libera di proseguire con le minacce e stalking.
Qui c'è una falla del sistema che non possiamo ignorare: Istituzioni alla deriva, leggi che non permettono di contenere l'aggressore, dimissioni a questo punto poco appropriate.
Se una persona che ha già minacciato e perseguitato la propria ex viene sottoposta a un TSO, dimessa dopo un giorno, poi sottoposta a un secondo TSO e nuovamente dimessa, chi valuta cosa succede il giorno dopo? Soprattutto: come al solito, nessuno è responsabile di non aver preso in carico questa persona.
Due TSO per aver tentato per due volte il sucidio!
Perché il problema è proprio questo: il sistema sembra intervenire sull'emergenza, ma rischia di lasciare scoperto tutto ciò che viene dopo.
Il TSO non è una misura carceraria, certo. Ma se una persona viene considerata in una condizione tale da richiedere due interventi sanitari obbligatori ravvicinati, non si può semplicemente pensare che, una volta aperta la porta dell'ospedale, il problema sia finito.
Si può anche supporre che dimettere una persona al primo TSO durato un solo giorno, se ordinato un secondo nel giro di breve tempo, durato altri sette giorni, che qualcosa sicuramente non funziona nella valutazione psichiatrica e nel sistema sanitario, che lascia un persona potenzialmente pericolosa e la sua vittima ai propri destini.
Altrimenti succede il paradosso più drammatico: la persona potenzialmente pericolosa torna a casa, la vittima torna a vivere nel terrore e le istituzioni riescono a intervenire davvero soltanto quando arriva il reato.
Questa è la falla: prevenzione, cura e protezione della vittima non possono viaggiare su binari separati.
Perché se si interviene sempre dopo lo stalking, dopo l'irruzione, dopo l'aggressione, non è più prevenzione. È gestione del danno.
Ora Giorgia non si sente tutelata e vive nel giustificato terrore di rivederlo. Si domanda “chi mi tutelerà”?
Come al solito, ad un primo, ipotetico miglioramento del condizioni di salute mentale dell'aggressore seguirà probabilmente una istanza per ottenere le dimissioni di quello che è sotto sotto è “un bravo ragazzo”. Infatti spesso queste persone narcisiste patologiche, affette da gravi disturbi psichiatrici, amano e odiano al contempo, sono controllanti, malmenano la vittima, sono manipolanti, poi si presentano immacolati a rispondere delle loro azioni quasi fossero loro le vittime.
Alla scarcerazione, sostenuta da qualche commosso psicologo o psichiatra, chi tutelerà Giorgia? Nessuno, così come nessuno assumerà la responsabilità di rispondere delle proprie azioni. E allora sarà Giorgia a dover scappare, a cambiare vita, a rinunciare al proprio lavoro e trasferirsi magari di città per evitare il peggio. Mentre lo stalker continuerà a far quel che vuole.
In conclusione: siamo al FarWest della prevenzione e della salute mentale. Si salvi chi può. La storia di cui al filmato nel sito (vedi link a più di pagina) ci insegna che le attuali leggi sul femminicidio e sulla salute mentale sono un totale fallimento.
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