Tre TSO in tre mesi: quando il problema non è la famiglia; chi dovrebbe farsi carico di Maxime?
(immagine di repertorio) - Maxime, nome di fantasia, è un giovane ucraino sottoposto a ben tre TSO negli ultimi mesi. La famiglia dopo il primo TSO ha chiamato il 118, ritenendolo pericoloso per sé e i figli, quindi c'è stato un nuovo ricovero. Nessun familiare si è presentato alla terza dimissione; ora è ospitato dal pronto soccorso di Cetraro; non si sa chi lo deve seguire.
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La storia di Maxime
E' una storia drammatica, fatta di sofferenze, di deliri, di fuga da un teatro di guerra dove ha perso i suoi amici e persone più care, non dimentichiamolo. Un sofferente mentale che ha diritto ad essere assistito e trovare una via di cura, vittima del sistema in una Italia sprovvista di risorse da un lato e limiti legislativi dall'altro. Rispettiamo la sua malattia e non colpevolizziamolo.
C'è un passaggio, nella storia di Maxime, che merita di essere guardato con attenzione. Non soltanto per la drammaticità della vicenda, ma perché rischia di raccontare una verità molto più scomoda di quella che emerge a una prima lettura.
Maxime, 21 anni, ucraino, è stato sottoposto a tre trattamenti sanitari obbligatori nel giro di pochi mesi. Tre volte è stato necessario ricorrere a un TSO. Tre volte è stato ricoverato in psichiatria; per tre volte il suo stato ha richiesto un intervento sanitario non volontario.
Eppure, dopo ogni ricovero, la storia sembra ricominciare da capo.
Dimesso: “è compensato”
La parola utilizzata nelle dimissioni è "compensato". Ma compensato per quanto tempo? E soprattutto: che cosa significa davvero dimettere un ragazzo di 21 anni che, dopo un primo ricovero, torna a casa e poco dopo necessita di un nuovo TSO?
La domanda non è polemica per principio. È la domanda che nasce dalla successione dei fatti.
Il primo TSO avviene a Cetraro. Poi arriva un secondo ricovero a Polistena. A metà agosto, un terzo TSO riporta Maxime nuovamente a Cetraro. Il 4 settembre viene dimesso. Ma nessuno viene a prenderlo. E così il ragazzo finisce in pronto soccorso, mentre gli assistenti sociali cercano una soluzione e gli operatori continuano a occuparsi di lui con numerose attenzioni e affetto, pur percependolo come delirante e certamente non guarito.
È giusto raccontare che la famiglia non è venuta?
Sì, se questo è un fatto. Ma è altrettanto giusto chiedersi perché una famiglia dovrebbe essere obbligata a farsi carico da sola di una situazione che, per tre volte, ha richiesto l'intervento obbligatorio della sanità pubblica.
Nel racconto originale la madre appare quasi come il soggetto che "non vuole" occuparsi del figlio. Ma c'è un'altra possibile lettura, che merita almeno di essere considerata.
Una madre che dice di avere paura per sé e per gli altri figli non è necessariamente una madre che abbandona; potrebbe essere una madre che ha raggiunto il limite; esserci una famiglia spaventata, impreparata e incapace di gestire una situazione psichiatrica complessa.
E potrebbe perfino accadere che il rifiuto di riportare il ragazzo semplicemente a casa sia, paradossalmente, l'unico modo che quella famiglia ha trovato per dire alle istituzioni: "Da soli non ce la facciamo più. Adesso dovete occuparvene voi".
Non possiamo sapere quali siano le reali motivazioni della famiglia senza ascoltarla. Ma proprio per questo sarebbe sbagliato trasformare automaticamente la sua assenza in una colpa.
L'articolo presenta alcune inesattezze che vanno chiarite
Ricordiamo che un TSO non può essere disposto da un familiare, che non ha alcun potere, nemmeno di proporlo; l'unica azione, svolta dalla madre, è quella di chiamare il 118 in un momento di emergenza. Sembrerebbe, leggendo l'articolo, che la madre “abbia ricoverato il figlio”. Nulla di più falso.
Spetta infatti al Sindaco e medico psichiatra disporre di un trattamento sanitario obbligatorio, ai sensi e secondo la legge 180.
L'ombra di Basaglia
Un'altra questione che va affrontata riguarda il paventato obbligo da parte dei familiari di occuparsi del congiunto alle dimissioni. Proprio la legge Basaglia ci ha insegnato che il malato mentale gode di tutti i diritti ed è un cittadino qualunque, che può anche rifiutare di sottoporsi ai trattamenti e cure. Che non va ricoverato perchè ritenuto pericoloso, bensì perchè rifiuta le cure.
Pertanto non condividiamo il punto secondo il quale, quando una persona viene dimessa va comunque accettata in famiglia che non ha gli strumenti per occuparsene nè è un reparto psichiatrico,. In teoria, il malato è assimilabile a una persona normale, dimessa con prescrizione di cure e compensata, quindi potrebbe anche cavarsela da sola.
Velatamente si assiste alla solita,vecchia, vergognosa colpevolizzazione delle famiglie (vedi link sottostanti a piè di pagina); per oltre 40 anni abbiamo sentito la manfrina ripetersi all'infinito circa la famiglia schizofrenogenica, teoria base dell'antipsichiatria di Basaglia, negli anni 90 già smentita.
Il problema poi è legato non solo a distorsioni legislative (un TSO non può superare i 7 giorni ma in Ucraina arriva fino a 6 mesi) ma anche alla mancanza di risorse capaci di garantire un percorso terapeutico dopo le dimissioni. Fatto che si ripete in molte parti d'Italia da molti anni a questa parte. Pertanto è troppo comodo e semplicistico parlare di familiari che dovrebbero riprendersi il malato in casa.
Dopo tre TSO, chi si prende in carico Maxime?
Il Ministero della Salute indica la continuità delle cure come una componente essenziale della salute mentale e sottolinea la necessità di una presa in carico integrata, capace di collegare ospedale, territorio e servizi sociali.
E allora il caso di Maxime pone una domanda inevitabile: può essere sufficiente stabilizzare una persona durante un ricovero, dichiararla "compensata" e poi rimandarla nello stesso contesto nel quale il percorso è già fallito, senza che esista una soluzione assistenziale adeguata?
Perché se dopo il primo ricovero arriva un secondo TSO e dopo il secondo ne arriva un terzo, forse il problema non è soltanto l'acuzie della malattia.
Forse bisogna interrogarsi sul dopo, sul ruolo del territorio, dei Centri, dei servizi sociali e sulla necessità della continuità terapeutica che non può nè deve essere assicurata dalla famiglia. Continuità che dovrebbe essere assicurata in una struttura adeguata.
Tre TSO non sono una semplice sequenza di episodi
Sono tre campanelli d'allarme. E se dopo tre campanelli d'allarme il sistema continua a rispondere con un ricovero, una stabilizzazione, una dimissione e una nuova emergenza, allora è legittimo chiedersi se non sia arrivato il momento di cambiare approccio.
Il sistema dovrebbe essere capace di farsi carico anche delle situazioni nelle quali la famiglia non può più farcela. E una dimissione non dovrebbe coincidere con la fine della presa in carico.
Il vero dramma di Maxime, allora, potrebbe non essere soltanto quello di un ragazzo che combatte contro i propri demoni.
La domanda più scomoda che questa storia dovrebbe lasciare sul tavolo è:
quante volte ancora dovrà stare male prima che il sistema smetta di limitarsi a curare l'emergenza e cominci finalmente a costruire per lui un percorso? E ancora: forse i giornalisti, piuttosto che dipingere sempre come vittime i malati mentali, dovrebbero approfondire le conoscenze e ascoltare anche i familiari.
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