Salute mentale: l’illusione dell’antistigma e il ritorno all’abbandono terapeutico; la resa dei servizi
Un bollettino quotidiano di cronaca nera sta segnando questa estate. L'ultimo episodio registrato a Parma — dove un uomo di 66 anni in stato di agitazione ha devastato le strutture dell'AUSL in via Vasari, distruggendo vetrate e danneggiando 17 automobili — è solo la punta di un iceberg visibile a tutti. Strutture sanitarie prese d'assalto, aggressioni al personale, TSO (Trattamenti Sanitari Obbligatori) all'ordine del giorno e una percezione di insicurezza diffusa.
La narrazione istituzionale tende a colpevolizzare il caldo estivo. La realtà, ben più complessa, parla di un progressivo abbandono dei pazienti, causato da un mix letale di tagli lineari alle risorse finanziarie e norme strutturalmente inadeguate a gestire la cronicità e l'acuzie psicotica sul territorio.
Il parallelo storico: il post-Basaglia e le promesse mancate
Questo scenario non è nuovo, ma rappresenta la drammatica recrudescenza di un problema storico. Quando la Legge 180 del 1978 (Legge Basaglia) decretò la giusta e sacrosanta chiusura dei manicomi, l'obiettivo era restituire dignità ai malati, trasferendo la cura all'interno di una rete di servizi territoriali efficienti ed inclusivi.
Tuttavia, già nel periodo immediatamente successivo all'approvazione della legge, si verificò un fenomeno identico a quello odierno: lo svuotamento degli ospedali psichiatrici non fu accompagnato dal parallelo e necessario stanziamento di fondi per i Centri di Salute Mentale (CSM). Moltissimi pazienti vennero di fatto "scaricati" sulle famiglie, prive di strumenti terapeutici e abbandonate a se stesse. Ieri come oggi, la mancanza di una rete di protezione reale ha trasformato la libertà formale in un abbandono concreto, spingendo i servizi sanitari — ormai ridotti all'osso — a chiudere i battenti e a delegare l'ordine pubblico alle forze di polizia, chiamate a fare le veci di medici e infermieri.
Come già sostenuto in diversi articoli di questo sito, da una parte le cause vanno cercate nella insufficienza di risorse, dall'altra in una carenza normativa che si protrae da anni e anni, denunciata da diverse associazioni di familiari, legata al consenso del paziente, tso inefficienti e superati, persino fatali, assenza giustificata dei servizi e degli operatori, in virtù di una normativa che permette al sofferente di sottrarsi ai trattamenti e al medico psichiatra di attenderlo al Centro.
Il paradosso delle campagne antistigma
In questo contesto di emergenza strutturale, le frequenti iniziative pubbliche e culturali volte a "superare lo stigma" verso i malati mentali rischiano di suonare vuote, se non addirittura irritanti per i cittadini. Non si può combattere il pregiudizio ignorando la realtà dei fatti. Finché i servizi non saranno messi in grado di prevenire le crisi e di assistere i malati in modo continuativo, la cronaca continuerà a registrare danni, violenze e disagi.
L'opinione pubblica non può comprendere o accogliere la malattia mentale se si sente costantemente minacciata da essa. La paura è una reazione primaria di fronte all'imprevedibilità e alla mancanza di sicurezza. Di conseguenza, ogni singolo episodio di cronaca non gestito distrugge anni di campagne di sensibilizzazione: il muro del pregiudizio si alza non per cattiveria, ma per istinto di difesa.
Il silenzio delle istituzioni e la resa dei servizi
Ciò che ferisce maggiormente è il silenzio assordante della politica e delle istituzioni sanitarie. Davanti al fallimento della psichiatria territoriale, la risposta standard sembra essere la ritirata. Strutture che riducono gli orari, carenza drammatica di psichiatri e assistenti sociali, e una burocrazia che rende quasi impossibile l'accesso alle cure tempestive.
Siamo arrivati al punto in cui la sanità pubblica rinuncia alla cura e chiede aiuto alla polizia per gestire il disagio sociale e psichico. Un ritorno al passato mascherato da progresso, che fa compiere un salto all'indietro di cinquant'anni alla civiltà del nostro Paese. Senza risorse, letti di degenza adeguati e riforme legislative che tutelino sia il diritto alla cura del paziente sia la sicurezza della comunità, la parola "inclusione" rimarrà uno slogan privo di significato.
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