Uccisa la madre, massacrato il figlio malato
Piero, schizofrenico da 12 anni, prima della legge 180 era stato ricoverato quattro volte al Santa Maria della Pietà (l'ex ospedale psichiatrico di Roma). Quando stava meglio tornava a casa. Viveva con la madre, Mirella, in un quartiere popolare della capitale.
Mirella, 55 anni, mi aprì la porta e silenziosamente mi introdusse in un piccolo tinello. Capelli bianchi, pallida, un viso di ragazza invecchiata senza essere stata mai adulta, aveva gli occhi arrossati. Per un minuto mi guardò in silenzio: uno sguardo senza speranza, uno sguardo che non chiedeva nulla.
Con voce flebile disse: «E' una storia, la mia, che va sempre peggio. Presto finirà ». Si alzò, andò nell'entrata e accese un interruttore generale, la luce del tinello si accese. Si muoveva senza fare nessun rumore, sembrava senza peso. «Devo chiudere l'interruttore generale per via dei suoi fuochi», disse con una voce che appena si senti va e sembrava venire da lontano. « Da qualche tempo gli è presa la smania del fuoco. Dice che vuol vedere le fiamme, che deve bruciare i segreti di Stato. Accumula tutte le carte che trova e le brucia ».
Mirella tacque e guardò il tavolo fissamente, ma senza vederlo. « L'altra sera sono venuti i poliziotti, erano in sei e lo hanno picchiato. Gesù, Gesù, perché tutto questo? « Aveva fatto un fuoco in cucina, come al solito, e io l'ho pregato di spegnere, ma a me non dà retta. Aveva raccolto molte carte per la strada. Evidente mente i vicini devono aver visto il fumo uscire dalle finestre, forse anche il fuoco, e hanno chiamato il 113. Io non chiamo più nessuno! Li ho chiamati tante volte, ma a che serve? Loro vengono, lo portano a forza al San Giovanni e poche ore dopo Piero è di nuovo qui, più rabbioso che mai. E si vendica su di me.»
« Insomma, l'altra sera son venute due guardie, hanno cercato di calmarlo e di farlo ragionare ». Mirella abbozzò un sorriso. « Farlo ragionare! Appena li ha visti, Piero s'è alterato ancora di più. Ha risposto che se ne andassero, che lui, in casa sua, faceva quello che gli pareva.
Una guardia se n'è andata via, probabilmente per chiedere aiuto, mentre l'altra è rimasta qui. « Piero ha inveito ancora per un po', poi, improvvisamente, ha infilato l'uscio e di corsa s'è precipitato giù per le scale. La guardia gli è andata appresso. Arrivato giù nell'entrata deve aver visto il furgone del 113, che conosce ormai bene. S'è fermato come bloccato, poi, di corsa, è riuscito ad uscire sulla stra da e ad infilarsi al volante del furgone che era par cheggiato proprio davanti al portone. Per fortuna non c'erano le chiavi sul cruscotto! Senz'altro lui sarebbe partito. Figurarsi! E tutto contento se può sta re al volante di una macchina. Non so cosa sarebbe successo, era agitato e fuori di sé, avrebbe potuto fa re una strage.
Erano circa le sei di sera, c'era traffico. In qualche modo sono riusciti a tirarlo fuori dal furgone. Purtroppo lui ha cominciato a picchiare chiunque tentava di avvicinarsi. All'inizio hanno avuto paura, ma poi, capirai, erano in sei. Sì, perché nel frattempo erano arrivati gli altri quattro.
« Lo hanno pestato finché hanno potuto, finché lui non poteva più muoversi. Un massacro! Sembrava la scena di un film. Invece era vero: era lui che picchia vano, il mio Piero, il mio povero figlio "liberato dai basagliani" ».
Mirella mi guardò e i suoi occhi divennero lucidi. Con la voce strozzata continuò: « Dalla finestra si poteva vedere quella scena tre menda. Tutti i vicini erano alle finestre. Qualcuno ha gridato: "Lo state ammazzando, fascisti". Pugni in faccia e dappertutto, finché son riusciti a mettergli le manette e lo hanno caricato sul furgone e portato al San Giovanni ».
Mirella avvicinò la sedia per farsi capire meglio, sembrava avesse paura di parlare: « La mattina dopo, capisci, non erano passate dodici ore, verso le sei e mezzo, me lo son visto tornare, inebetito dal sonno e dai farmaci. Trascinava una gamba, era tutto pesto, aveva una mano e un braccio gonfi, gli occhi quasi non s'aprivano: sembrava Cristo in croce. pensai che avesse qualcosa di rotto e volevo chiamare un medico che almeno gli curasse le ferite.
Ma lui non ne ha voluto sapere. "Senti", m'ha detto, "se ti azzardi a chiamare qualcuno, ti faccio volare da quella finestra". Ora dice che si vendicherà: "Vedranno cosa son capace di fare io !! Se ne accorgeranno!". Mi ha raccontato che all'ospedale non gli hanno fatțo nessuna domanda, che quando s'è svegliato s'è alzato e se n'è andato. « Questa è la nostra psichiatria "avanzata".
Dico io se valeva la pena di picchiarlo tanto, di far tutta quella sceneggiata, di far venire sei uomini per por tarlo in ospedale e per trattenercelo dodici ore. Se questi malati negli ospedali non ce li vogliono, tanto vale che non vengano neanche a prenderli. Lo sapevo già che era inutile chiamare il 113. « All'ospedale tengono le porte aperte, anzi spalancate. Tant'è, questi ammalati nessuno li vuole e son ben contenti che se ne vadano. Altro che progresso, altro che rivoluzione.
La realtà è che questo sistema, per loro, è molto più comodo. Io l'ho capito benissimo, tant'è vero che non li chiamo più. Purtroppo, questa volta sono stati i vicini a chiamarli ». Mirella mi guardò con occhi rassegnati: « Io lo la scio fare. Non gli rispondo mai! ». Abbassò lo sguardo, si toccò il petto, con una smorfia di dolore, chiuse gli occhi e bisbigliò: « Mi fa molto male ». Tacque. Dopo due minuti si riprese e soggiunse: « Qui nel palazzo hanno paura di lui.
Qualche volta vedo che lui vorrebbe parlare con qualcuno, ma gli altri lo scansano, le mamme richiamano i loro bambini. È un ra gazzo grande e grosso, è forte, faceva il vigile del fuoco: tutti ne hanno paura. Prima era un bel ragazzo, ora ... mah! « Lo so», continuò Mirella seguendo i suoi pensieri, «lui non vuole vedere i dottori, non vuole né ospedali né cliniche. Lui non si rende conto di essere malato. Al CIM mi hanno detto che, se lui non vuole curarsi, non possono farci nulla: ecco a che cosa si riduce la loro "rivoluzione". Capisce? ».
Mirella mi guardò negli occhi e per la prima volta mi sembrò che volesse da me una parola, una risposta: « Mi dica, per carità, cosa posso fare? Lei vede bene che io non ce la faccio più ». Si nascose il viso tra le mani. Dall'altra stanza venne una voce: « Ve la faccio passare io la voglia di mettermi le mani addosso; dove sono le mie scarpe?
Furto di Stato. Le hanno fatte sparire. Io li butto dalla finestra ... Ti ho visto, sai, che hai rotto la cassa. Dove sono le mie scarpe?». Mirella mi guardò, poi restò ad ascoltare la voce che proveniva dall'altra stanza.
Si avvicinò ancora e sussurrò: « Ora comincerà a picchiare sulle porte », Improvvisamente Piero si affacciò al tinello e rimase sorpreso nel vedermi. Bruno, alto, con la barba lunga, in canottiera. « Questa chi è?», disse e venne avanti: « Cosa fa qui?». E mi guardò sospettoso. Ave va delle carte in mano.
Mirella si alzò e disse: «Piero, riaccompagno la mia amica, torno subito», e scese per le scale con me mentre si toccava il petto. « Il petto mi duole da quella volta che mi prese a pugni. Ora non ho neanche più paura. Vorrei solo dormire ».
Alcuni mesi dopo seppi che Mirella era stata portata all'ospedale, dove morì per le percosse del figlio. Piero è ora recluso nell'ospedale giudiziario. Ma ad uccidere Mirella non è stato Piero: sono state l'arroganza ideologica e l'inconcludenza burocratica del le baronie e delle clientele della 180.
È stata anche la pavidità professionale e intellettuale di una certa stampa di regime: avevo portato una giornalista di un quotidiano romano a vedere le allucinanti condizioni in cui Mirella viveva e rischiava di morire.
Non ne ha scritto una riga.
testo tratto dal libro “La tragedia psichatrica” di Maria Luisa Zardini - Libro denuncia circa le sofferenze e odissee alle quali sono stati condannati pazienti e famiglie nei primi 15-20 anni dopo la promulgazione della legge Basaglia. Si raccontano le vittime, in gran parte donne e madri.
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