Firenze: la ritirata del CSM; la cura viene progressivamente circondata da dispositivi di contenimento e difesa.
Qualcosa si è rotto nei Centri di Salute Mentale se devono battere in ritirata con operatori sempre più esposti alle aggressioni, mentre la relazione di cura viene progressivamente circondata da dispositivi di contenimento e difesa.
L’articolo di La Nazione che annuncia il trasferimento del Centro di Salute Mentale dopo l’ultima, gravissima aggressione subita da un operatore lascia un'impressione difficile da ignorare: ha tutto il sapore di una ritirata. L'aggressione è inaccettabile, la sicurezza di chi lavora e di chi frequenta i servizi è un diritto, e l'inadeguatezza dei locali — denunciata da tempo — va affrontata. Ma la domanda politica e culturale resta: davanti alla violenza, la risposta è rendere più forte il servizio o spostarlo?
Perché un Centro di Salute Mentale non è soltanto un luogo fisico. È un presidio territoriale, una porta aperta, un punto di riferimento per persone in difficoltà, per gli operatori e soprattutto per le famiglie che ogni giorno sono chiamate a reggere una parte enorme del peso della cura. Se quella porta diventa un luogo da blindare, presidiare o abbandonare, qualcosa di molto più profondo sta accadendo: il sistema rischia di arretrare proprio là dove dovrebbe essere più presente.
Non basta allora dire che gli spazi non sono più idonei. Bisogna chiedersi perché, se da mesi erano state segnalate carenze nelle misure di sicurezza — dalla richiesta di una porta antisfondamento alla mancanza di una via di fuga praticabile — si arrivi a discutere concretamente del problema solo dopo un'aggressione. La prevenzione non può iniziare quando qualcuno viene ferito. E la sicurezza non può trasformarsi, ogni volta, nella logica dell'emergenza.
Il rischio è che si consolidi una traiettoria inquietante: Centri che arretrano o traslocano, guardie giurate chiamate a presidiare i servizi, operatori sempre più esposti alle aggressioni, mentre la relazione di cura viene progressivamente circondata da dispositivi di contenimento e difesa. Non perché la sicurezza non sia necessaria — lo è, assolutamente — ma perché una salute mentale ridotta a gestione del rischio è una salute mentale che ha già perso una parte della sua funzione.
E in tutto questo, ancora una volta, le famiglie sembrano invisibili. Eppure sono loro a stare in prima linea quando il servizio non basta: nelle crisi, nelle notti senza sonno, nei conflitti, nella paura, nella ricerca di risposte e di aiuto. Sono spesso loro a intercettare per prime il peggioramento, a chiedere interventi, a sostenere quotidianamente situazioni che possono diventare insostenibili. Ma troppo spesso vengono ascoltate tardi, coinvolte poco, considerate più un problema da gestire che una risorsa da riconoscere.
La vera domanda, allora, non è soltanto dove trasferire il Centro. È che cosa vogliamo farne. Un servizio di salute mentale non può essere lasciato solo, sottofinanziato, costretto a lavorare in strutture inadeguate, con operatori esposti e famiglie ai margini, per poi rispondere alle conseguenze con una nuova serratura, una guardia giurata o un trasloco.
Tra ritirate, guardie giurate che presidiano i Centri, operatori sottoposti ad aggressioni e famiglie — che pure sono in prima linea — sistematicamente ignorate, il rischio è che la salute mentale territoriale smarrisca il suo senso più profondo: essere una presenza vicina, competente, accessibile e capace di prendersi cura prima che la crisi esploda.
Spostare un Centro può essere necessario. Arretrare non dovrebbe mai diventare la risposta.
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