Segreto professionale e tutela della collettività: come è cambiato il ruolo dello psichiatra dal dopo-Basaglia a oggi
Oggi il medico ha il dovere di valutare attentamente il rischio e, quando la minaccia è concreta, grave e imminente e di informare le autorità. Così purtroppo non è stato fino al 2000, altra inefficienza e lato oscuro della legge Basaglia.
Oggi, la risposta appare relativamente chiara. Pur nel rispetto del segreto professionale, il medico ha il dovere di valutare attentamente il rischio e, quando la minaccia è concreta, grave e imminente, può essere tenuto ad attivare gli strumenti previsti dall'ordinamento, compreso il coinvolgimento delle autorità competenti o dei servizi sanitari. I codici deontologici delle professioni sanitarie sottolineano infatti che la tutela della vita e dell'incolumità delle persone può prevalere sulla riservatezza.
Ma non è sempre stato così.
Il clima culturale del dopo-Basaglia
Con la Legge 180 del 1978, la cosiddetta Legge Basaglia, l'Italia chiuse la stagione dei manicomi e inaugurò una nuova concezione della salute mentale, fondata sul rispetto della dignità del paziente e sulla relazione terapeutica.
In quegli anni, una buona parte della dottrina giuridica e della cultura psichiatrica riteneva che la fiducia tra medico e paziente dovesse essere protetta quasi a ogni costo. L'idea era semplice: se il paziente avesse temuto di essere denunciato per ciò che confidava durante la terapia, avrebbe probabilmente smesso di parlare apertamente con il proprio psichiatra, rendendo impossibile qualsiasi intervento terapeutico.
È importante precisare che questa interpretazione non era scritta nella Legge Basaglia, infatti tale era uno dei vergognosi vuoti legislativi che si sono trascinati fino a inizio secolo. La legge non stabiliva che lo psichiatra dovesse tacere anche davanti a un progetto omicidiario. Si trattava piuttosto di un orientamento interpretativo sostenuto da una buona parte della dottrina e della pratica clinica dell'epoca.
Un diverso equilibrio tra riservatezza e sicurezza
Con il passare degli anni, la sensibilità giuridica ed etica per fortuna è cambiata.
Oggi il segreto professionale continua a essere uno dei principi fondamentali della professione sanitaria, ma non viene più considerato un valore assoluto. Quando emerge un pericolo concreto e imminente per la vita di una persona, il professionista è chiamato a valutare anche il dovere di prevenire il danno, ricorrendo agli strumenti che la legge mette a disposizione.
L'obiettivo non è rompere il rapporto terapeutico, ma trovare un equilibrio tra due diritti fondamentali: la riservatezza del paziente e la tutela della vita umana.
Un equilibrio trovato solo a partire dai primi anni 2000, dopo un vergognoso ventennio nel quale non è stata tutelata la sicurezza pubblica nè l'incolumità di chi, sesso vittima della malattia mentale, ha fatto da caregiver in prima linea nella assistenza psichiatrica al proprio congiunto.
Mettiamo in relazione questa inaccettabile interpretazione della legge Basaglia, che come conseguenza ha deresponsabilizzato gli operatori, con la mancanza di risorse, le dimissioni selvagge e di massa dai precedenti ospedali e le strutture inesistenti sul territorio, e otteniamo un quadro che rispecchia le tragedie volutamente nascoste e ignorate in quegli anni.
Una riflessione inevitabile
Guardando al passato, viene spontaneo porsi una domanda.
Se nei primi decenni successivi alla riforma Basaglia non esistevano indicazioni deontologiche così esplicite come quelle odierne sul dovere di valutare e gestire il rischio nei confronti di terzi, e se una parte della cultura professionale privilegiava in modo molto rigoroso la tutela del segreto terapeutico, quanti episodi di violenza, tentati omicidi o omicidi potrebbero essere stati preceduti da confidenze rimaste esclusivamente all'interno dello studio dello psichiatra, senza che le autorità venissero preventivamente informate?
È una domanda alla quale probabilmente non sarà mai possibile dare una risposta certa. Proprio per la natura del segreto professionale, eventuali episodi di questo tipo sarebbero destinati, nella maggior parte dei casi, a rimanere sconosciuti.
Forse anche questa impossibilità di conoscere ciò che è stato evitato — o ciò che non lo è stato — ha contribuito all'evoluzione della deontologia professionale (ma con quante vittime?), che oggi invita gli specialisti a non limitarsi alla cura del paziente, ma a considerare anche la responsabilità di proteggere la collettività quando il rischio di un grave atto violento appare concreto e imminente.
vedi anche: colpa, dolo, legge 180, pericolosità, responsabilità
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