Nuovi cronici in famiglia e la "sindrome da deistituzionalizzazione"
Molti sofferenti, tipicamente schizofrenici, restano a casa e nonostante gli sforzi degli operatori per coinvolgerli nelle proposte di attività riabilitative.
Non esiste infatti un obbligo di partecipazione; loro, rifiutando le cure se non farmacologiche, alla fine fanno quel che vogliono, pur nei limiti di legge. Si sottraggono alla riabilitazione, e tanti non migliorano, in nome di un consenso che non concedono mai. A loro in fin dei conti va bene così, pur di non stressarsi e di non lavorare, restano a carico della famiglia o se in età più avanzata, trovano alloggio in qualche sistemazione tipo casa popolare o residenza, struttura appartamento, struttura protetta o meno e alla fine Casa di Riposo.
Di contro il CSM non fa poco o nulla e dopo varie sollecitazioni o proposte lavorative e riabilitative , getta la spugna.
I familiari ne capiscono poco, sperano nella luce all'orizzonte che indica una improbabile guarigione. Alcune patologie come la schizofrenia hanno un andamento ciclico, così i familiari si illudono che tutto sia finito alla prima remissione. Il ciclo si ripete all'infinito e nessuno di loro conta i mesi e gli anni trascorsi. Alcuni medici dicono di attender, di aver speranza, che il consenso alla fine ci sarà. Il tempo passa e il sofferente si cronicizza.
Alla fine si forma un “patto” tacito tra CSM e il paziente, dove quest'ultimo si adagia a questa nuova condizione e ne approfitta, pur di non impegnarsi; accetta gli psicofarmaci, mente il CSM si accontenta che li assuma per coprire eventuali crisi deliranti. Con gran soddisfazione delle cooperative che gestiscono questi pazienti a vita.
Si assiste a una nuova forma di abbandono, ovvero la “sindrome da deistituzionalizzazione”, connotata dalla stessa identica anedonia che si notava nei manicomi.
Il successo della legge Basaglia, in questo caso, risiede non nel coinvolgimento del sofferente in un percorso di riabilitazione come si sente echeggiare spesso nei convegni degli operatori, bensì dall'aver evitato che il sofferente venga rinchiuso in un manicomio dalle condizioni degradate e disumane. Non è poco ma non è per nulla una promessa di miglioramento psichico, che avviene solo per poche persone complessivamente.
L'insuccesso sta nel fatto che nemmeno in ambito comunitario tanti sofferenti migliorano; altri peggiorano perché non si sentono integrati e quelli psicotici o deliranti vivono al margine della società, altro che integrati, diciamo la verità: sopportati a malapena dai cittadini e derisi. Altri addirittura chiedono protezione che viene loro negata.
Gli psichiatri dovrebbero pensare come risolvere questi casi; all'orizzonte non c'è nulla di nuovo.
I familiari dovrebbero chiedere un cambio di rotta con ACT / AOT e altre forme d'obbligo di seguire piani di riabilitazione in ambito comunitario. Oppure lasciar scorrere il tempo e alle fine veder dichiarato il proprio congiunto “stabilizzato”. Poi, quando incapace di affrontare la vita quotidiana (causa inutile perdita di tempo perché non ha imparato nulla prima), ritrovarselo in una casa di riposo, trasferito dalla sanità (incapace di curarlo) all'assistenza sociale e, non basta una vita di privazioni, i familiari devono anche sostenerne i costi.
vedi anche: consenso, ACT, AOT, consenso informato
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