Dalla cella al divano: lo Stato si libera del problema dei tossicodipendenti e lo scarica sulle famiglie
C’è qualcosa di profondamente ipocrita nel presentare come “cura” ciò che, senza strutture adeguate e senza un’assistenza continua, rischia di essere soltanto un trasferimento di responsabilità verso le sole famiglie con nuove forme di abbandono.
Ci premuriamo di pubblicare questo post a seguito di un intervento incisivo di Francesca Rizzoli, della Associazione “Mai più soli”, sorta di recente dopo gli ultimi fatti di cronaca di Modena e successivi:
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C’è qualcosa di profondamente ipocrita nel presentare come “cura” ciò che, senza strutture adeguate e senza un’assistenza continua, rischia di essere soltanto un trasferimento di responsabilità.
Il recente provvedimento del Governo viene raccontato come un gesto di civiltà: meno carcere, più attenzione alle persone affette da dipendenza, maggiore fiducia nel recupero. Parole condivisibili. Ma le parole, da sole, non curano nessuno. E dietro gli slogan, una domanda resta inevitabile: che cosa accadrà davvero a queste persone una volta riportate nelle loro abitazioni?
Perché una casa non è una comunità terapeutica. Un genitore non è un medico. Un coniuge non è uno psicologo. Un figlio non è un educatore. E una famiglia non può essere trasformata, per decreto, in un centro di recupero.
La tossicodipendenza non è un vizio che scompare cambiando indirizzo. È una malattia complessa, spesso segnata da ricadute, fragilità, comportamenti compulsivi e difficoltà profonde. Richiede cure, controlli, percorsi personalizzati, personale qualificato e un ambiente capace di accompagnare la persona lontano dalle dinamiche che hanno alimentato la dipendenza.
Mandare un tossicodipendente ai domiciliari senza garantire un percorso terapeutico serio non significa necessariamente curarlo. Può significare lasciarlo solo con la sua malattia, affidando alla famiglia un compito enorme, delicato e spesso impossibile da sostenere.
E allora viene da chiedersi: chi pagherà davvero il prezzo di questa scelta?
Non saranno soltanto le persone dipendenti, che rischiano di ritrovarsi fuori dal carcere ma ancora prigioniere della propria dipendenza. A pagare saranno anche i familiari: madri e padri anziani, mogli, mariti, figli, fratelli. Persone che magari hanno già trascorso anni tra preoccupazioni, promesse di cambiamento, ricadute, richieste di aiuto e sofferenze spesso nascoste.
Lo Stato annuncia una misura di recupero, ma il recupero non può essere delegato a chi vive sotto lo stesso tetto. L’affetto non sostituisce la terapia. La buona volontà non sostituisce le competenze. E l’amore di una famiglia, per quanto grande, non può diventare un servizio sanitario gratuito.
Il rischio è evidente: il carcere si svuota, ma le case si trasformano in luoghi di tensione e paura. Il problema esce dalle celle, ma non viene risolto. Semplicemente cambia indirizzo.
È questa la cura promessa?
Se mancano comunità terapeutiche sufficienti, se non ci sono posti disponibili, se il personale è insufficiente e se i servizi territoriali non sono in grado di seguire ogni persona con continuità, la misura rischia di diventare una scorciatoia. Una soluzione amministrativa, forse utile a ridurre il sovraffollamento carcerario, ma ben lontana da un vero progetto di riabilitazione.
E mentre la politica celebra il provvedimento, qualcuno dovrebbe spiegare alle famiglie che cosa dovranno fare quando arriveranno le crisi, le ricadute, le tensioni e le difficoltà quotidiane. Chi sarà disponibile a intervenire? Chi seguirà la persona? Chi controllerà il rispetto del percorso? Chi aiuterà i parenti quando non riusciranno più a reggere il peso della situazione?
Non basta aprire una porta e chiamarla reinserimento.
La libertà senza cure può diventare abbandono, vedi già gli strascichi che ha lasciato Basaglia nel sostenere la libertà terapeutica. Il domicilio senza assistenza può trasformarsi in isolamento. E la famiglia lasciata sola può diventare l’ultima, fragile barriera tra una persona malata e una nuova ricaduta.
La vera alternativa al carcere non è il divano di casa. È una comunità terapeutica. È un luogo dotato di medici, psicologi, educatori e operatori specializzati. È un percorso serio, controllato e continuativo, capace di affrontare la dipendenza senza scaricare il peso sulle persone più vicine.
Se il Governo vuole davvero sostenere il recupero, allora investa nelle strutture. Aumenti i posti nelle comunità. Rafforzi i servizi sanitari e territoriali. Garantista personale qualificato. Costruisca percorsi individuali e verificabili.
Altrimenti si abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Non è cura se manca chi cura.
Non è riabilitazione se manca una struttura capace di accompagnarla.
Non è reinserimento se la persona viene rimandata nello stesso ambiente senza strumenti per affrontare la dipendenza.
E soprattutto, non è giustizia scaricare sulle famiglie ciò che lo Stato non vuole o non riesce a gestire.
Perché il rischio è che, dietro la parola “domiciliari”, si nasconda una realtà molto più amara: lo Stato si libera del problema, le famiglie se lo ritrovano in casa e le persone dipendenti restano, ancora una volta, senza le cure di cui hanno realmente bisogno.
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