Il silenzio comodo dei familiari: la protesta che non arriva mai
Nel mondo della salute mentale esiste un fenomeno curioso e profondamente irritante: la distanza enorme tra la quantità di lamentele private e la quasi totale assenza di protesta pubblica.
Chiunque frequenti un centro di salute mentale lo sa. Nei corridoi si ascoltano racconti drammatici: figli che non ricevono assistenza adeguata, servizi insufficienti, operatori pochi e sovraccarichi, famiglie lasciate sole a gestire situazioni esplosive. Le storie sono spesso durissime.
Eppure tutto questo dolore produce una quantità sorprendentemente bassa di azione collettiva.
Che sia a favore della legge 180, per introdurre delle modifiche o a pieno sostegno dell'attuale legislazione, la cosa non cambia. Ci si sfoga, si sospira, ci si lamenta tra parenti e conoscenti. Ma raramente quel malessere si trasforma in qualcosa di pubblico: assemblee, mobilitazioni, pressione politica, proteste organizzate. In altre parole: conflitto sociale.
Se guardiamo ad altri ambiti della società il contrasto è evidente. I lavoratori scioperano. Gli studenti occupano le scuole. I comitati civici bloccano cantieri, organizzano manifestazioni, scrivono ai giornali, tempestano le istituzioni.
Nel campo della salute mentale, invece, regna troppo spesso una cultura della rassegnazione.
Eppure i motivi per protestare non mancano: servizi territoriali fragili, liste d’attesa interminabili, carico assistenziale scaricato quasi completamente sulle famiglie, poche strutture, sostegni economici insufficienti, problemi legali che ricadono sulla famiglia, dovuti a fallimenti terapeutici, altri costi, leggi inadegaute.
L'inazione alla fine è una colpa
Tutte questioni che dovrebbero far nascere un movimento permanente di pressione verso le istituzioni.
Dovrebbero esserci presidi davanti ai centri di salute mentale. Delegazioni davanti ai palazzi delle regioni. Conferenze stampa, petizioni, manifestazioni.
Invece no.
Il disagio o dramma resta confinato nelle case e nei corridoi dei servizi. Le parole diventano sfoghi privati, mai rivendicazioni pubbliche.
Il risultato è semplice: la politica non sente alcuna urgenza nè si sente in dovere di intervenire, men che meno ora che la situazione è riconosciuta da tutti i mass media come catastrofica e inaccettabile. Mentre gli operatori, se subiscono qualche aggressione, pretendono vigilantes, telecamere e maggior sicurezza.
Perché le istituzioni non si muovono
Le istituzioni raramente si muovono per il dolore silenzioso. Si muovono quando qualcuno alza la voce.
Naturalmente esistono spiegazioni: la stanchezza di chi assiste un familiare fragile, la paura dello stigma, la fatica quotidiana di una vita complicata. Tutto comprensibile. Ma comprensione non significa rassegnazione permanente.
Perché quando la sofferenza non si organizza, resta soltanto sofferenza.
E allora la domanda diventa inevitabile: se i servizi non funzionano, se le famiglie sono lasciate sole, se la situazione è davvero così drammatica… perché non si vede quasi mai una mobilitazione degna di questo nome?
Come mai non nasce un movimento capace di fare pressione come un sindacato?
Perché i drammi restano confinati nelle conversazioni private?
La verità scomoda è che l’inerzia collettiva finisce per diventare parte del problema. Finché la rabbia resta sussurrata e non diventa azione, chi governa non ha alcun incentivo reale a cambiare le cose.
Non basta raccontare il proprio dolore; bisogna trasformarlo in forza pubblica.
Una forza dirompente, perché secondo le statistiche le persone affette da disturbo mentale ammontano a milioni. Se per ipotesi costituissero un partito avrebbero un impatto sulla maggioranza del paese.
Altrimenti resterà solo un coro sommesso di lamentele che nessuno, fuori da quei corridoi, sentirà davvero.
E allora la tirata d’orecchi finale è inevitabile: se la situazione è così grave come molti raccontano, è tempo di smettere di limitarsi a parlarne sottovoce. Organizzarsi, pretendere, disturbare le istituzioni.
Perché i diritti sociali non arrivano da soli.
Arrivano quando qualcuno li reclama con ostinazione.
Il silenzio, per quanto comprensibile, non ha mai cambiato nulla.