Salute mentale: Cooperative "rosse" e "bianche" tra ideali solidali e opacità del potere
Politica e Salute mentale
Negli anni ’80 la Legge Basaglia fu criticata da alcuni psichiatri inglesi non solo per gli aspetti sanitari, ma anche per il forte legame con la politica e l'ideologia. Secondo questi studiosi, la riforma era stata sostenuta soprattutto da movimenti della sinistra radicale e da un clima ideologico più che da dati scientifici sufficienti.
Essi ritenevano che la chiusura dei manicomi fosse avvenuta troppo rapidamente, senza una reale preparazione dei servizi territoriali, come denunciato a più riprese da numerose associazioni di familiari e dalla sig.ra Maria Luisa Zardini (ARAP), autrice del libro “La tragedia psichiatrica”, che non esitò a denunciare senza mezzi termini lo stretto legame tra la Sinistra italiana che si appropriò totalmente della psichiatria politicizzandola.
Alcuni critici inglesi sostenevano che la psichiatria dovesse mantenere maggiore autonomia rispetto alle scelte politiche. A loro giudizio, il pensiero di Franco Basaglia trasformava la malattia mentale anche in un tema sociale e politico, rischiando di ridurre l’importanza dell’approccio clinico.
Questa premessa spiega inequivocabilmente il legame che sussiste tutt'oggi tra numerosi gruppi di sinistra, psichiatri ideologizzati, interessi cooperativistici.
Il vuoto istituzionale
Negli anni successivi e fino al 1994 (anno della approvazione del primo progetto-obiettivo), non furono delineate con precisione le strutture che dovevano essere istituite. Un vuoto vergognoso che condannò numerose famiglie e pazienti all'abbandono e a drammi indicibili. Nel frattempo le uniche strutture, facili a crearsi, furono le cooperative per la salute mentale.
Alcune si occupavano di un numero marginale di persone affette da disturbo mentale, che a detta dei familiari dovevano non solo lavorare (quando lo accettavano) bensì essere affiancate da persone competenti e valide. Molti sofferenti furono letteralmente “buttati” nelle cooperative e, vada come vada, le stesse inserivano disabili, disadattati, immigrati e altri in un mix veramente discutibile, fatto che accade ancor oggi. Tant'è che se il problema non è medico (secondo Basaglia) ma sociale e legato allo stigma, tale soluzione trova un senso di aderenza ai principi ispiratori della legge 180. In breve, abbattuto il manicomio, non serviva altro che la ergoterapia per ottenere il reinserimento (e la dubbia guarigione) delle persone sofferenti.
Franco e Franca Ongaro Basaglia
Franca Ongaro Basaglia non appartenne formalmente a un partito tradizionale come iscritta militante, ma fu eletta senatrice nelle liste della Sinistra Indipendente, area vicina al Partito Comunista Italiano. Dal 1983 al 1992 sedette infatti in Senato come indipendente sostenuta dal PCI.
Anche Franco Basaglia non ebbe una vera carriera di partito, ma il suo pensiero era molto vicino alla cultura della sinistra critica degli anni ’60 e ’70, soprattutto ai movimenti legati ai diritti civili, all’antiautoritarismo e alla critica delle istituzioni totali.
E' innegabile che la lotta per i diritti civili per i quali si battè il Partito Comunista Italiano erano sacrosanti. Storicamente il PCI raggiunse il 33% delle preferenze nelle elezioni del 1978 e questo ha comportato una sorta di cessione silenziosa della gestione psichiatria italiana al mondo cooperativistico di sinistra, inizialmente, seguita dalla presenza delle “cooperative bianche” negli anni successivi.
Alcune cooperative si sono espanse fino a contare migliaia di soci, riunite poi in realtà più grandi come Consorzi, al contrario delle classiche cooperative che dovrebbero essere costituite da un numero limitato di persone, conferendo beni e servizi per l'esercizio di una attività in comune. Cooperative di tali dimensioni, con duemila e più soci, andrebbero trattate legalmente alla pari di vere e proprie imprese.
Confusione tra funzione sociale e strumento politico
Il legame strutturale con il mondo della sinistra e con le amministrazioni locali a guida progressista ha fatto sì che molte cooperative rosse diventassero soggetti privilegiati nell’assegnazione di appalti pubblici, in particolare in settori come servizi sociali, pulizie, mense scolastiche e gestione del verde. Il rischio è che la gara pubblica si trasformi in una formalità, con criteri di valutazione che premiano la continuità del rapporto con l’ente piuttosto che la qualità del servizio e il costo per il cittadino.
Nonostante il principio formale di “una testa, un voto”, la dimensione di alcune cooperative è cresciuta fino a contare migliaia di soci e centinaia di milioni di fatturato. In queste realtà la base sociale ha un potere effettivo limitato, mentre le decisioni sono concentrate in ristretti gruppi dirigenziali. I bilanci sono pubblici, ma la struttura societaria complessa, con reti di consorzi e controllate, rende difficile per l’esterno comprendere flussi di denaro, remunerazioni dei manager e destinazione degli utili.
Infine, le cooperative solidali spesso costituiscono quella base di interessi elettorali per aggiudicarsi il potere in ambito regionale e nazionale.
Precarietà mascherata da solidarietà
Molte cooperative operano in settori ad alta intensità di manodopera con margini bassi. Per reggere la competizione sui prezzi degli appalti, il costo del lavoro diventa la principale leva di aggiustamento. Ne risulta una diffusione di contratti a tempo determinato, part-time involontari e salari al livello minimo del CCNL.
Il paradosso è che strutture che si presentano come baluardo contro lo sfruttamento capitalista finiscono per riprodurre le stesse dinamiche.
Il sistema ha creato una rendita di posizione. Le nuove cooperative o le imprese private che vorrebbero entrare nei bandi si trovano a competere con soggetti che hanno relazioni consolidate con la politica locale e accesso facilitato al credito attraverso il sistema cooperativo. Questo soffoca l’innovazione e disincentiva l’ingresso di realtà più efficienti.
Dipendenza dal finanziamento pubblico e assenza di innovazione
Una parte significativa del fatturato deriva da contratti con la pubblica amministrazione. Questa dipendenza riduce l’incentivo a cercare clienti nel mercato privato e a innovare nei processi. Gli investimenti in tecnologia e miglioramento del servizio restano marginali perché non sono necessari per vincere la commessa successiva.
Quando un servizio gestito da una cooperativa rossa/bianca fallisce, la responsabilità viene diluita. L’ente pubblico dà la colpa alla cooperativa, la cooperativa alla scarsità di risorse del bando, e il socio-lavoratore si trova senza strumenti di tutela perché formalmente è anche imprenditore di se stesso.
Il marchio “cooperativa di solidarietà” viene spesso usato come scudo reputazionale. In caso di scandali, la risposta è spostare l’attenzione sul valore sociale e sull’occupazione creata, invece di affrontare nel merito le inefficienze. Ogni critica viene presentata come un attacco al mondo del lavoro e alla solidarietà.
Conflitto di interessi tra politica e gestione
Non è raro che ex amministratori locali o sindacalisti occupino posizioni di vertice nelle cooperative dopo il mandato politico. Questo crea una zona grigia dove le decisioni sugli appalti e quelle sulla gestione aziendale si influenzano reciprocamente, facendo venir meno la separazione tra chi assegna le risorse e chi le gestisce.
La presenza di grandi cooperative che operano al ribasso sulle gare pubbliche comprime i salari anche nel settore privato. Le imprese non cooperative, per competere, sono costrette ad allinearsi verso il basso sui contratti e sulle condizioni. Quindi invece di elevare gli standard del lavoro, il sistema può contribuire a una generale compressione dei diritti e delle retribuzioni nel comparto dei servizi.
Conclusione
Il modello cooperativo in sé conserva un valore potenziale: mettere al centro la persona invece del capitale. Il problema sorge quando la qualifica di “rossa” diventa una garanzia reputazionale che sostituisce la verifica dei risultati. Senza trasparenza rigorosa, rotazione degli incarichi e reale concorrenza negli appalti, il rischio è che la cooperativa rossa non sia più uno strumento di emancipazione, ma un meccanismo di consolidamento del potere locale con costi che ricadono su lavoratori e contribuenti.
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