Famminicidio Vella-Isceri: quando la malattia mentale non si vede
Se per strada incontriamo una persona vestita in modo palesemente bizzarro, che in piena estate indossa un pesante cappotto o in inverno gira con una semplice maglietta, parla da sola, appare disorientata, manifesta convinzioni evidentemente irrazionali o sembra avere un comportamento profondamente incongruo, possiamo facilmente renderci conto che qualcosa non va. Non possiamo certo formulare una diagnosi osservandola per strada, ma comportamenti di questo tipo possono far pensare a una grave alterazione psichica, per esempio a uno stato psicotico.
La malattia invisibile
È molto più difficile, invece, riconoscere una sofferenza mentale quando la persona parla normalmente, ragiona in maniera logica, lavora, frequenta gli altri e appare perfettamente inserita nella società.
Come nel triste fatto di cronaca Vella-Isceri.
Ed è proprio questo uno degli aspetti meno conosciuti della malattia mentale.
Esistono condizioni psicopatologiche nelle quali il soggetto non appare affatto “pazzo” agli occhi degli altri. Può essere intelligente, convincente, affabile e perfettamente capace di sostenere una conversazione. La sofferenza può riguardare soprattutto la personalità, la regolazione delle emozioni e il modo di vivere le relazioni.
Si tratta dei disturbi di personalità, i più subdoli in assoluto perché si “annidano” nella persona che sembra del tutto normale e non è semplice individuarli né sottoporre i sofferenti a un processo di cura (che in molti casi non funziona), perché non si riconoscono malati.
Non solo “follia”: ci sono disturbi nascosti che possono sfociare in atti violenti
È il caso dei disturbi di personalità, tra i quali il DSM-5-TR riconosce il disturbo narcisistico di personalità. La parola “disturbo”, tuttavia, può essere ingannevole: nel linguaggio comune sembra indicare qualcosa di lieve, mentre in psichiatria può descrivere una condizione persistente e clinicamente significativa. Ma molti non lo sanno e va detto che questi disturbi hanno sfumature diverse e non tutti necessariamente portano a gravi azioni o delitti.
Una persona con una grave patologia della personalità può dunque non sembrare malata. La sua fragilità può emergere soprattutto quando viene rifiutata, contraddetta, umiliata o abbandonata. In alcune personalità patologiche, quella che per una persona normale è una separazione dolorosa può essere vissuta come una ferita intollerabile, una perdita di controllo o una sconfitta.
E anche nel caso del Vella il copione si è nuovamente verificato.
È anche per questo che, nelle relazioni affettive, il problema può rimanere a lungo nascosto. Chi vive accanto a queste persone può non comprendere immediatamente ciò che sta accadendo: può interpretare la gelosia come amore, il controllo come preoccupazione, le esplosioni di rabbia come episodi isolati e le successive richieste di perdono come una promessa sincera di cambiamento.
La prevenzione
La prevenzione, quindi, non può consistere soltanto nel riconoscere una diagnosi psichiatrica. Non è necessario sapere se una persona sia narcisista, borderline o affetta da un altro disturbo per prendere sul serio determinati comportamenti. Controllo ossessivo, minacce, intimidazioni, isolamento, possesso, persecuzione e soprattutto l'incapacità di accettare la fine di una relazione sono segnali che meritano attenzione.
Questo è forse il punto più importante: la gravità della sofferenza mentale non è sempre visibile dall'esterno. Ma anche quando la patologia non si vede, i suoi effetti sulle relazioni possono essere visibili. Riconoscerli può essere il primo passo per chiedere aiuto e, in alcune situazioni, per evitare che una dinamica pericolosa degeneri, chiedendo aiuto alle istituzioni.
Conclusioni
- Se il terapeuta non ha colto segnali importanti, può esserci stato un limite nella valutazione clinica, nella frequenza dei controlli, nella valutazione del rischio o semplicemente nelle informazioni disponibili.
Se invece il paziente appariva realmente controllato, collaborativo e apparentemente normale, questo mostra un limite intrinseco della previsione psichiatrica: una persona può nascondere, minimizzare o non manifestare in seduta alcuni aspetti della propria condizione.
Il caso Vella è particolarmente problematico: se, come riferito dalla stampa, c'erano stati aggressività, difficoltà ad accettare la separazione, insistenza nei confronti della compagna e comportamenti persecutori, la domanda non dovrebbe essere «come poteva il terapeuta sapere che avrebbe ucciso?», perché questo nessuno può saperlo. La domanda più corretta è: quei comportamenti erano stati riconosciuti come segnali di rischio e valutati adeguatamente?
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