Femminicidio di Lorena Isceri - non era forse prevedibile? I segnali ignorati e la solitudine delle vittime
Nell'esame dell'accaduto, un orrendo delitto dove Lorena Isceri è stata gettata come un pacco e per giunta viva da un cavalcavia, seguito dal suicidio del suo compagno Federico Vella non si può attribuire il femminicidio genericamente a una «malattia mentale».
Ma è certo per il pregresso storico che Federico Vella soffriva di non pochi problemi di una certa gravità, altrimenti non si spiega il fatto di aver frequentato un terapeuta per 15 anni. Ed è anche noto che almeno ⅓ dei femminicidi sono attribuibili a persone affette da un disturbo mentale.
E' legittimo interrogarsi sui segnali, sulla percezione del pericolo e su ciò che, alla luce degli elementi emersi, avrebbe dovuto far scattare un livello di attenzione molto maggiore.
L'imprevedibilità assolve troppo spesso tutti, inclusa la società
Ci sono femminicidi che, dopo essere stati raccontati, vengono immediatamente definiti «imprevedibili». È una parola rassicurante. Se qualcosa è imprevedibile, nessuno avrebbe potuto accorgersene, nessuno avrebbe potuto intervenire, nessuno avrebbe potuto fare di più.
Ma davanti alla morte di Lorena Isceri è difficile non fermarsi a riflettere proprio su questo punto.
Le indagini stanno facendo emergere elementi che, messi insieme, disegnano un quadro tutt'altro che improvviso: violenze precedenti, comportamenti sempre più pressanti, la paura della vittima, minacce, appostamenti sotto casa, sopralluoghi nei giorni precedenti all'agguato e, secondo quanto ricostruito, perfino l'acquisto di materiale utilizzato per preparare l'aggressione. Lorena aveva deciso di interrompere i contatti con l'ex compagno proprio perché spaventata dai suoi comportamenti. Eppure non lo aveva denunciato, perché, secondo quanto riferito dalla madre, temeva di danneggiarlo.
Ed è forse qui che dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda scomoda: quanto sappiamo davvero riconoscere il pericolo quando il pericolo ha il volto di una persona che conosciamo, che magari abbiamo amato o che abbiamo cercato di aiutare?
Il problema non è chiedere alle vittime di diventare psicologhe
Va detto con chiarezza: na donna non dovrebbe essere costretta a conoscere la psicopatologia, i disturbi della personalità o i meccanismi della violenza per capire se l'uomo che ha accanto può diventare pericoloso.
Non può essere questo il compito di una vittima.
Eppure, nella realtà, molte donne si trovano completamente impreparate davanti a comportamenti che inizialmente possono apparire soltanto come gelosia, sofferenza per una separazione, dipendenza affettiva, insistenza o incapacità di accettare un rifiuto. Possono provare compassione. Possono pensare che l'altro abbia bisogno di aiuto. Possono sentirsi responsabili della sua sofferenza.
Possono perfino, come sembra essere accaduto in questo caso, temere di «danneggiarlo» denunciandolo.
Ed è qui che la scarsa conoscenza collettiva dei comportamenti pericolosi diventa un problema enorme. Non perché ogni persona con una fragilità psicologica sia violenta — sarebbe falso e ingiusto sostenerlo — ma perché troppo spesso non sappiamo distinguere tra sofferenza e comportamento abusante, tra disagio e controllo, tra una crisi emotiva e un'escalation che può trasformarsi in violenza.
Una persona può stare male senza essere violenta. E una persona violenta non deve necessariamente avere una patologia psichiatrica.
Confondere questi due piani è pericoloso. Ma è pericoloso anche il contrario: rifiutarsi di guardare ai segnali perché si teme di «etichettare» qualcuno.
Il mito del «bravo ragazzo»
C'è poi un altro problema, che riguarda il modo in cui raccontiamo questi uomini.
Quante volte, dopo un femminicidio, compaiono testimonianze e titoli costruiti attorno alle solite formule?
«Era un bravo ragazzo.», «Sembrava tranquillo.»,
«Non avrebbe fatto male a una mosca.»
«Era una persona normale.»
«Era innamorato, forse troppo.»
Queste frasi non spiegano nulla. Anzi, spesso contribuiscono a costruire una narrazione consolatoria.
Come se il fatto che un uomo fosse gentile con alcuni amici, educato con i vicini o apparentemente tranquillo sul lavoro dovesse renderlo automaticamente incapace di esercitare violenza contro la propria partner.
La violenza nelle relazioni non è necessariamente pubblica. Può convivere con una facciata sociale perfettamente rispettabile. Un uomo può essere considerato piacevole, simpatico o affidabile da chi lo conosce superficialmente e, contemporaneamente, esercitare controllo, minacce, manipolazione o violenza contro la persona con cui ha una relazione.
Il problema è che i mass media, ma anche la società nel suo complesso, continuano troppo spesso a cercare nell'assassino il «mostro». E quando il mostro non assomiglia alla caricatura che abbiamo in testa, allora lo trasformiamo nel «bravo ragazzo che ha avuto un raptus».
È una semplificazione che rischia di farci perdere proprio ciò che dovremmo imparare a riconoscere.
Non prevedibile con certezza, ma forse prevedibile come rischio
Naturalmente nessuno può affermare, con onestà, che qualcuno potesse prevedere esattamente ciò che sarebbe accaduto a Lorena Isceri.
La prevedibilità assoluta non esiste.
Ma esiste una differenza fondamentale tra dire «nessuno poteva sapere che avrebbe commesso proprio questo delitto» e dire «non c'erano elementi per ritenere che potesse diventare pericoloso».
Se gli elementi emersi saranno confermati dalle indagini, la seconda affermazione appare molto più difficile da sostenere.
Una donna che ha paura.
Una relazione nella quale sarebbero avvenute violenze.
Comportamenti sempre più pressanti dopo la separazione.
Minacce.
Appostamenti.
La conoscenza delle abitudini della vittima.
Sopralluoghi nei pressi della sua abitazione.
Un'aggressione che, secondo gli investigatori, sarebbe stata preparata.
Non è necessario prevedere il futuro per riconoscere un'escalation di rischio.
Ed è proprio questa, forse, la domanda che dovremmo porci dopo ogni femminicidio: non «perché nessuno aveva previsto esattamente quello che sarebbe successo?», ma «quanti segnali dovevano ancora comparire prima che qualcuno considerasse quella donna in pericolo?».
E lo psicologo?
C'è poi un'altra questione delicata, sulla quale sarebbe sbagliato emettere giudizi sommari senza conoscere le carte cliniche, il percorso terapeutico e i limiti del rapporto professionale.
La notizia riferisce di incontri di coppia e di un professionista che avrebbe seguito Federico Vella per molti anni, mentre negli ultimi tempi il rapporto terapeutico si sarebbe progressivamente interrotto o l'uomo si sarebbe allontanato.
Quindici anni sono tanti?
Sì, come durata, sono certamente tanti. Ma il numero degli anni, da solo, non permette di stabilire se una terapia sia stata inefficace, sbagliata o addirittura responsabile di qualcosa. Esistono percorsi psicoterapeutici molto lunghi, percorsi con interruzioni e riprese, persone seguite per problemi diversi in fasi differenti della loro vita.
Sarebbe dunque scorretto trasformare automaticamente la durata della terapia in un'accusa verso il professionista.
Ma proprio perché parliamo di un rapporto così lungo, una domanda generale può e deve essere posta: che cosa accade quando una persona che è stata seguita per molti anni si allontana improvvisamente dalle cure proprio in una fase di crisi, di separazione o di crescente instabilità?
Quali strumenti esistono per intercettare il rischio?
E, soprattutto, quali sono i limiti — giuridici, professionali e concreti — entro i quali uno psicoterapeuta può intervenire quando un paziente adulto decide di non presentarsi più?
Sono domande che non significano attribuire responsabilità senza prove. Significano chiedersi se il nostro sistema sia davvero in grado di costruire una rete attorno alle situazioni che diventano più pericolose.
Perché un terapeuta non può sostituirsi alle forze dell'ordine. Una famiglia non può diventare un'équipe psichiatrica. Una compagna non può trasformarsi nel medico, nella custode o nel controllore dell'uomo che teme.
Eppure troppo spesso è proprio questo che accade: la donna resta sola a gestire la sofferenza, la rabbia e l'ossessione di un uomo che ha deciso di non accettare la fine della relazione.
Lorena non doveva salvarlo
Forse questa è la frase più importante da ricordare.
Lorena non doveva salvarlo.
Non doveva curarlo.
Non doveva restare disponibile per non ferirlo.
Non doveva avere paura di denunciarlo perché una denuncia avrebbe potuto «danneggiarlo».
La sua sicurezza doveva venire prima della sua sofferenza.
Ed è qui che dobbiamo cambiare culturalmente. Dobbiamo insegnare a riconoscere che l'amore non coincide con il possesso, che la sofferenza per una separazione non autorizza il controllo, che l'insistenza non è sempre romanticismo e che l'incapacità di accettare un rifiuto può trasformarsi in un fattore di pericolo.
Soprattutto, dobbiamo smettere di raccontare gli uomini violenti come se fossero improvvisamente diventati irriconoscibili.
A volte non sono irriconoscibili.
A volte i segnali ci sono, ma non sappiamo leggerli.
A volte li leggiamo e li minimizziamo.
A volte li chiamiamo gelosia, amore, fragilità, depressione, «un brutto periodo».
E quando accade l'irreparabile, allora diciamo che era impossibile prevederlo.
Non sempre era possibile sapere come sarebbe finita.
Ma, almeno in alcuni casi, era possibile capire che una donna stava vivendo una situazione pericolosa.
Ed è da questa differenza che dovrebbe partire ogni seria riflessione sulla prevenzione.
Perché non possiamo continuare a pretendere che siano le vittime a riconoscere da sole il momento esatto in cui l'uomo che hanno amato diventa un pericolo.
Dobbiamo costruire una società, un'informazione e una rete di servizi capaci di riconoscere quel pericolo prima. E, soprattutto, capaci di prendere sul serio una donna quando ha paura.
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