C'è un disegno di legge per abolire l'interdizione e inabilitazione, e riformare l'amministrazione di sostegno. Le famiglie potrebbero pagarne le conseguenze
Famigliari, svegliatevi! Cosa accadrà quando la famiglia chiederà che qualcuno impedisca che una persona gravemente compromessa (es. schizofrenica, giocatore d'azzardo compulsivo, ecc.) di distruggere il proprio patrimonio, venga truffata e sui esporrà a conseguenze che non sarà poi in grado di riparare?
Chiariamo subito: bisogna sfatare il mito dei familiari che abusano
E qui va sfatato anche un altro mito, fin troppo comodo: quello secondo cui l'interdizione o l'inabilitazione consentirebbero ai familiari di mettere le mani sul patrimonio del “malato” a proprio piacimento. È esattamente il contrario: sono istituti caratterizzati da controlli e vincoli stringenti, nei quali chi assume il ruolo di tutore o curatore non diventa proprietario di nulla e non può disporre liberamente dei beni dell'interessato. In molti casi deve chiedere autorizzazioni al giudice tutelare e rendere conto della gestione. Lo so anche per esperienza diretta: l'autore di questo testo da tutore ha dovuto documentare e rendicontare le spese fino all'ultimo scontrino. Altro che appropriazione indisturbata del patrimonio.
Il problema, semmai, è che questi strumenti possono risultare persino eccessivamente gravosi per il familiare che si assume la responsabilità della tutela, costretto a dimostrare continuamente che ogni euro speso è stato speso nell'interesse della persona amministrata. Presentare dunque la famiglia come il naturale predatore del patrimonio del proprio congiunto significa ignorare completamente questa realtà quotidiana e, soprattutto, ignorare quanti familiari si assumono responsabilità pesantissime proprio per impedire che quel patrimonio venga disperso o finisca nelle mani di chi vuole approfittare della fragilità della persona.
La proposta di legge
C'è un aspetto della battaglia condotta dall'Associazione Diritti alla Follia che meriterebbe un confronto molto più serio di quello che spesso si registra nel dibattito pubblico: che cosa accade alle persone gravemente vulnerabili e alle loro famiglie quando vengono eliminate, o fortemente svuotate, le misure giuridiche di protezione?
Nel 2024 Diritti alla Follia ha depositato una proposta di legge di iniziativa popolare denominata «Abolizione degli istituti dell'interdizione e dell'inabilitazione. Riforma dell'amministrazione di sostegno». La proposta prevede l'abolizione dell'interdizione e dell'inabilitazione e una profonda modifica dell'amministrazione di sostegno, spostando decisamente il baricentro dalla sostituzione alla decisione autonoma della persona.
La motivazione è comprensibile: gli abusi delle misure di protezione esistono, e nessuno dovrebbe essere privato arbitrariamente della possibilità di decidere sulla propria vita, sui propri rapporti, sulla propria abitazione o sul proprio patrimonio.
Ma proprio perché il problema è serio, non è sufficiente fermarsi alla denuncia degli abusi.
Bisogna porsi anche la domanda opposta: che cosa succede quando la persona, proprio a causa della sua condizione, non è concretamente in grado di proteggere se stessa?
Perché esistono persone affette da alcune gravi patologie psichiatriche, neurologiche o cognitive che possono attraversare fasi nelle quali la capacità di gestire il denaro e gli interessi patrimoniali è gravemente compromessa. Persone che possono effettuare spese impulsive e incontrollate, sottoscrivere contratti che non comprendono, regalare o trasferire denaro, indebitarsi, essere raggirate, diventare vittime di truffe o dissipare rapidamente risorse indispensabili per la propria esistenza.
L'autodeterminazione
In questi casi, parlare semplicemente di autodeterminazione non basta. L'autodeterminazione è un valore fondamentale.
Ma una società civile dovrebbe essere capace di tenere insieme due esigenze apparentemente contrapposte: la libertà della persona e la protezione della persona quando quella libertà rischia concretamente di tradursi nella sua autodistruzione economica o nell'esposizione allo sfruttamento altrui. Situazioni nelle quale anche i familiari o parenti potrebbero sensibilmente pagare in termini economici e giuridici.
I familiari, come al solito inesistenti e ignorati
Ed è qui che emerge il grande assente di questo dibattito: il familiare.
Il genitore che vede il figlio dilapidare in pochi mesi il patrimonio accumulato in una vita, il coniuge che si trova a dover fronteggiare debiti che non ha contratto; Il fratello o la sorella che cercano disperatamente di impedire che una persona vulnerabile venga raggirata.
La famiglia che deve garantire contemporaneamente casa, alimentazione, cure, assistenza e continuità economica, mentre la persona che dovrebbe essere protetta compie atti patrimoniali potenzialmente irreversibili.
Non si può semplicemente rispondere che ogni limitazione della capacità di agire è una violazione dei diritti.
Il vero problema dovrebbe essere un altro: come costruire strumenti di protezione che siano proporzionati, temporanei quando possibile, sottoposti a controllo giudiziario e rispettosi della volontà della persona, ma che non abbandonino la persona stessa quando essa non riesce concretamente a proteggere i propri interessi.
L'abolizione non risolve il problema
Perché abolire un istituto non significa automaticamente aver risolto il problema che quell'istituto cercava, magari malamente, di affrontare. E soprattutto non si può confondere la critica agli abusi con la negazione della necessità di protezione.
L'amministrazione di sostegno, l'interdizione e l'inabilitazione non sono nate per fare un favore alle famiglie. Sono istituti giuridici destinati alla protezione della persona e dei suoi interessi. Ma è altrettanto vero che, nella vita reale, la tutela del patrimonio della persona può essere essenziale anche per la sopravvivenza economica dell'intero nucleo familiare: una casa, un conto corrente, una pensione, un'eredità o altre risorse possono rappresentare ciò che permette di pagare assistenza, cure, abitazione e futuro.
La quasi totalità delle associazioni di familiari dormono sonni profondi: perchè non si pronunciano?
E' sconcertante; un rapito sguardo a internet e le associazioni, di fronte a questa proposta inaccettabile, non si pronunciano. Per questo sarebbe interessante sapere quale sia la loro posizione. Vorremmo pubblicare la vostra opinione; scrivete a: blog(at)salutementale.org
Dovrebbero prendere posizione non soltanto davanti agli abusi o per sostenere un genitore che sporge denuncia quando il proprio figlio è stato trattato ingiustamente.
Può accadere l'irreparabile - quando la famiglia chiede che qualcuno possa impedire che una persona gravemente compromessa distrugga il proprio patrimonio, venga truffata o si esponga a conseguenze che non sarà poi in grado di riparare.
Perché nel dibattito sulla capacità giuridica, sull'amministrazione di sostegno e sull'autodeterminazione stanno diventando sempre più forti le voci di chi vive direttamente o politicamente questa battaglia.
Dove sono i familiari?
Dove sono le loro associazioni? Dove sono i genitori, i fratelli, i coniugi, i figli che quotidianamente affrontano le conseguenze concrete delle decisioni prese nei tribunali?
Sono forse troppo impegnati nelle attività locali, nelle riunioni, nelle feste associative, nei piccoli progetti territoriali e nelle consuete attività di assistenza?
Mentre altre persone non coinvolte direttamente dalle problematiche stanno contribuendo a riscrivere radicalmente le regole giuridiche che determineranno la vita futura di quelle stesse famiglie.
Forse è arrivato il momento che i familiari si sveglino, e se ci legge qualche familiare iscritto ad una associazione, gli suggeriamo di rivolgesi ai vertici e chiedere spiegazioni.
Perché quando ci si accorge che le regole sono cambiate, potrebbe essere già troppo tardi per chiedersi dove fossero coloro che avrebbero dovuto difendere anche il diritto delle famiglie a proteggere chi non riesce, in determinati momenti della propria vita, a proteggere se stesso.
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