Basta sciacallaggio sulla famiglia Fakir: ecco perché le accuse ai familiari sui social sono un insulto alla legge e al dolore
C’è un limite oltre il quale il commento social si trasforma in pura barbarie. Nelle ultime ore, alla tragedia della morte di Abderrahim Fakir – il 42enne deceduto il 19 luglio a Bologna durante un fermo di polizia – si è aggiunto il fango digitale.
BOLOGNA – Una campagna d'odio spietata sta bersagliando i familiari, accusati da una giuria da tastiera di averlo "abbandonato" e di muoversi oggi solo per interesse economico. Una narrazione tossica, falsa e giuridicamente analfabeta.
Chi punta il dito contro i parenti dimostra di ignorare non solo il dolore di una famiglia unita e radicata al Pilastro, ma anche le leggi dello Stato italiano.
In Italia la salute mentale è regolata dalla Legge Basaglia (180/1978), un pilastro di civiltà che garantisce l'autonomia del paziente. Un adulto è libero di scegliere se curarsi o se interrompere le terapie. I familiari non hanno – e non devono avere – poteri di polizia medica: non possono legare un parente al letto, non possono costringerlo con la forza a ingoiare un farmaco. Anche quando la convivenza è quotidiana, il ruolo dei parenti si ferma all'assistenza e alla segnalazione.
Davanti a una crisi acuta, una famiglia è tragicamente disarmata. Non ha le manette, non ha il potere di arrestare e non può decretare un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Gli unici soggetti che per legge dispongono degli strumenti di forza e di coercizione sono i medici e le forze dell'ordine. Scaricare la colpa sui parenti significa ribaltare la realtà, trasformando le vittime di un sistema carente nei colpevoli perfetti.
Chiedere chiarezza sulla dinamica di un decesso avvenuto sotto la custodia dello Stato non è sciacallaggio: è un diritto sacrosanto. La famiglia Fakir non cerca vendetta o risarcimenti facili, pretende la verità. Quella verità che oggi i leoni da tastiera calpestano, ignorando che i familiari hanno fatto tutto ciò che la legge consentiva loro di fare, restando spettatori impotenti di un dramma che non avevano gli strumenti legali per evitare.
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