Blaterano di pregiudizi nei confronti dei malati e poi li chiamano “Matti”
Che bella la follia, non è una malattia, è un divertimento!
"Mi sono divertito come un matto", "Vicolo dei matti numero 10"; anni fa suonava un ritornello in un programma TV cabaret "matti matti matti… " e così via, fino alle barzellette che "fanno ridere".
"Matto" per noi famigliari è un termine del tutto dispregiativo, emarginante. Pensate per un momento al modo di dire "mi sono divertito alla grande come un matto", "abbiamo riso come matti", detti forse derivati dal fatto che la persona affetta da malattia mentale di solito ride da solo, ma non certamente perché interiormente è felice e si diverte.
Chi ha un familiare malato mentale psicotico o schizofrenico, a sentir questo termine ne soffre enormemente, figuriamoci il paziente.
Un termine inadeguato e stigmatizzante
Se al giorno d'oggi nei documenti scientifici o siti di solidarietà parlassimo di "ubriacone" riferendoci ad una persona che soffre di una dipendenza d'alcol, o peggio ancora "mongoloide" per un disabile down, probabilmente il risultato sarebbe ben diverso, fino a scatenare una rivolta degli indignati familiari e del pubblico.
I nostri famigliari, educati alla subordinazione e resilienza, stanno zitti e allora ci pensa sospsiche a dirlo.
Il paradosso
Da quasi una cinquantina d'anni, ovvero dal periodo di Basaglia, si usa sempre il termine "matto". Fino a formare di recente persino una squadra di calcio con questo nome e di usarlo estensivamente in rete proprio da quei siti che si battono così vivacemente e con energia, contro lo stigma.
Si tratta di un paradosso non da poco; infatti ai Centri di Salute Mentale si rivolgono persone affette da depressione, psicosi, ansie, sindromi varie che non hanno a che fare certamente con la malattia più temuta, la schizofrenia. L'uso del termine matto nelle manifestazioni sostenute da operatori e Centri, negli eventi e altro, è un vero e proprio attentato alla lotta contro lo stigma.
Anche gli psichiatri utilizzano questo termine che a nostro avviso è dispregiativo e per giunta le organizzazioni che li "rappresentano", pronte a gridare "al manicomio" per prime lo utilizzano:
Alcuni titoli da una ricerca in Google; la ricerca restituisce centinaia e centinaia di occorrenze:
- "matti da slegare",
- Franco Basaglia: lo psichiatra che slegò i matti
- Basaglia. Il dottore dei matti
- Franco Basaglia, il re dei matti [libro]
- (...)
Si tratta di un incredibile un paradosso che si ripete senza che alcun operatore, nemmeno quelli più vicini o eredi di Franco Basaglia, si adoperi per un cambiamento terminologico; accade tutt'oggi dopo molti anni di promulgazione della famosa, decantata e direi poco conosciuta legge 180.
La terminologia non è uguale per tutti
Nel frattempo gli handicappati sono diventati prima "invalidi", poi "disabili" ed infine "diversamente abili"; i "ciechi" sono "ipovedenti" e così via. La parità di genere ha imposto l'uso di un asterisco (*) per definire gli uni o gli altri ed evitare discriminazioni.
Successivamente e da pochi mesi, è stata emanata una circolare accolta nelle scuole e università che invita all'uso di nuovi termini, ancora più mitiganti nei confronti delle persone affette da disabilità con varie sfumature.
Giustamente di parla finalmente di persona in luogo di disabile e, supponiamo, i termini vadano applicati anche nei confronti di persone affette da disabilità mentale.
Questa circolare dovrebbe essere inviata anche dal Ministero della Sanità a tutti i Dipartimenti e Centri di Salute Mentale dove il termine matto, nel corso di eventi come il "Mat" di Modena e altri, si usa correntemente. A nostro avviso l'uso del termine andrebbe vietato perchè chi soffre di un disturbo mentale continua ad essere pesantemente stigmatizzato.
Nulla è cambiato nel dopo Basaglia
I "matti" invece sono rimasti "matti" e non è stato fatto nulla per rompere lo stigma legato alla definizione di questo termine dispregiativo (pensate: "stupido", "povero matto", "bestia matta" e altro), da Treccani:
matto 1 agg. e s. m. (f. -a) [forse lat. tardo mattus, matus «ubriaco»]. – 1. a. ant. Stupido, stolto: così m. come egli è, senza alcuna cagione è ... come bestia matta ...
Ma non è un controsenso che l'uso della parola “matto” sia di gran moda e diffuso tra chi difende Basaglia, che aprì i manicomi liberando le persone disturbate proprio in quanto non stupide e recuperabili alla società?
E finchè si continua ad usare questo termine discriminante e stigmatizzante, l'immagine fornita è di uno "stupido" quando invece non lo è, oppure di "malato che si diverte" o gioca allegramente in una squadra di calcio di matti, c'è poco da dire o da ridere, il grande pubblico ne ricava percezione distorta e non di un vero e proprio problema o meglio disturbo mentale, spesso grave e invalidante.
Stiamo parlando di persone che hanno diritto alla dignità
Si tratta di persone (così vanno definite!) con lievi o gravi problemi di salute, che vivono la condizione di malattia spesso da emarginati, impoveriti, non curati, in solitudine e incompresi, molti dei quali non hanno coscienza del proprio stato.
Basta! Finiamola di chiamarli matti, aboliamo il termine e restituiamo loro la dignità. Informiamo correttamente i cittadini su cosa sono i disturbi mentali, invalidanti e fonte grande sofferenza per le persone che ne sono affette e le loro famiglie