Quale futuro per la cooperazione sociale di produzione lavoro?

a cura di Gigi Bettoli*


Innanzitutto alcuni dati sulla Cooperazione Sociale del Friuli Venezia Giulia. Puntualizzando innanzitutto una questione terminologica: non esistono cooperative sociali “di tipo (serie) a” o “di serie b”, ma esistono due “specializzazioni” diverse dello stesso fenomeno.

Cooperative iscritte nell’albo regionale delle cooperative sociali al 18/04/2007

Gorizia Pordenone Trieste Udine FVG
Cooperative A 9 21 30 43
103
Cooperative B 11
11
22 32 76
Cooperative A+B 9
3
3 5 20
Consorzi 4 2 3 1 10
33 37 58 81 20

Il rapporto fra i due pezzi della Cooperazione Sociale assume nella nostra regione una particolarità: insieme con il Lazio, è la realtà in cui è maggiore la presenza di Cooperative integrate di inserimento lavorativo, rispetto a quelle di operatori socio-sanitari-educativi.

L’occupazione

Gorizia Pordenone Trieste Udine FVG
Cooperative B 11
11
22 32 76
Cooperative A+B 9
3
3 5 20
33 37 58 81 209

Chiediamo a gran voce di cambiare nome, come simbolo di una maturità conquistata sul campo, con numeri da economia di prima grandezza. Le cooperative di operatori (o “Cooperative Sociali di Servizio alla Persona”) e le cooperative di inserimento lavorativo (le “Cooperative Sociali di Produzione Lavoro”) non accettano più di stare nel ghetto, a partire dal fatto che occupano circa 9.000 persone, e forniscono ormai la maggioranza dei servizi di un moderno Welfare, che ha camminato sulle gambe dell’autogestione cooperativa, insieme a quasi mille inserimenti di persone disabili e svantaggiate (sincronicamente: sul lungo periodo le cifre sono enormemente superiori!).

Gli svantaggiati

Gorizia Pordenone Trieste Udine FVG
Svantaggiati Cooperative B e Miste 73
268
255 379 975

Occupati Attività B Coop B e Miste 168
730
657 934 2.489

Tuttavia, la situazione della Cooperazione Sociale di Produzione Lavoro è quanto mai critica, a dispetto dei risultati acquisiti. I dati di bilancio indicano una sofferenza nel raggiungere il pareggio di bilancio, a dispetto dello stesso ritardo nel rinnovo del CCNL del settore.
Sono in gran parte inattuati i dispositivi di legge, nazionale e regionale, che favoriscono l’affidamento diretto o “finalizzato” di attività di lavoro, servizio o forniture a Cooperative Sociali per produrre nuovi inserimenti lavorativi. Norme a volte assai antiche, come questa:

Legge 8 novembre 1991, n. 381, “Disciplina delle cooperative sociali”:5. Convenzioni.

1. Gli enti pubblici, compresi quelli economici, e le società di capitali a partecipazione pubblica, anche in deroga alla disciplina in materia di contratti della pubblica amministrazione, possono stipulare convenzioni con le cooperative che svolgono le attività di cui all’articolo 1, comma 1, lettera b), ovvero con analoghi organismi aventi sede negli altri Stati membri della Comunità europea, per la fornitura di beni e servizi diversi da quelli socio-sanitari ed educativi il cui importo stimato al netto dell’IVA sia inferiore agli importi stabiliti dalle direttive comunitarie in materia di appalti pubblici, purché tali convenzioni siano finalizzate a creare opportunità di lavoro per le persone svantaggiate di cui all’articolo 4, comma 1.

Recentemente, la legge regionale di recepimento della Riforma dei Servizi Sociali (la 328 del 2000), ha rafforzato questo rifiuto dell’economicismo nelle politiche di affidamento dell’area socio-sanitaria-educativa. Risultato importante, a dispetto del lapsus (quanto mai freudiano) per cui le politiche di inserimento lavorativo - esaltate dalle legge regionale di riforma psichiatrica (la 72), da quella sulle tossicodipendenze (la 57) e da quella sull’handicap (la 59) - non sono state inserite nell’elenco declaratorio di cosa siano i servizi regolati dalla legge. Ma una dimenticanza materiale non può fugare il valore della nuova:

Legge regionale 31 Marzo 2006, n.  6, “Sistema integrato di interventi e servizi per la promozione e la tutela dei diritti di cittadinanza sociale”.

Art. 35 (Affidamento dei servizi)

1. Per l’affidamento dei servizi del sistema integrato si procede all’aggiudicazione secondo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, tenuto conto dei diversi elementi di qualità dell’offerta. è esclusa l’aggiudicazione basata esclusivamente sul criterio del prezzo più basso. Alla valutazione del prezzo offerto non può essere attribuito più del 15 per cento dei punti totali previsti in sede di capitolato d’appalto.
2. L’affidamento dei servizi avviene altresì nel rispetto delle clausole dei contratti collettivi nazionali e degli accordi regionali, territoriali e aziendali di riferimento, sia per la parte economica che per la parte normativa, poste a garanzia del mantenimento del trattamento giuridico ed economico dei lavoratori interessati, ivi compresi i soci lavoratori di cooperative, nonché nel rispetto della normativa vigente in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Ci sono infine novità rilevanti, come gli incentivi agli Enti Pubblici locali che affidino servizi alla Cooperazione Sociale, per creare nuovi posti di lavoro:

Legge Regionale 26 ottobre 2006, n. 20, “Norme in materia di cooperazione sociale”.
Art. 11 (Funzioni delle Province)
1. Spettano alle Province le seguenti funzioni:
(…)
c) concessione agli enti pubblici compresi quelli economici, nonché alle società di capitali a partecipazione pubblica, di finanziamenti volti a incentivare la stipulazione delle convenzioni previste all’articolo 5, comma 1, della legge 381/1991, mediante la copertura di una quota non superiore al 20 per cento del valore delle stesse, da determinarsi proporzionalmente al numero degli inserimenti lavorativi delle persone svantaggiate effettuati, purché nelle convenzioni sia specificato l’obbligo di applicare nei confronti dei lavoratori le clausole dei contratti collettivi nazionali e degli accordi regionali, territoriali e aziendali di riferimento, sia per la parte economica che per la parte normativa, ivi compresi i soci lavoratori, nonché la normativa vigente in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Non servono ulteriori norme, ne esistono di buone che vanno rese operative, in primo luogo fornendo adeguati finanziamenti: la legge regionale 20/2006 sulla Cooperazione Sociale avrebbe bisogno almeno di 2,5 volte lo stanziamento attuale, che rimane sempre quello “storico” delle lontane origini, a dispetto dello sviluppo del settore.

In tal senso, come Cooperazione Sociale non stiamo certo fermi attendendo gli aiuti dall’alto. Vogliamo promuovere, chiedendo alla Regione ed agli Enti Pubblici locali, una campagna specifica di sostegno agli affidamenti del settore, rivendicando una immagine non settoriale né pietistica. Ecco la prima proposta di lavoro:

Senza titolo2

Senza titolo1

Anche questi sintetici quadri di una futura campagna pubblicitaria sono il frutto di una iniziativa innovativa. Perché non possiamo continuare a proporre alla nuova utenza, che non è la stessa dei primi anni - quelli della chiusura dei manicomi - solo servizi di manovalanza a basso contenuto professionale e basso reddito (pulizie, giardinaggio, facchinaggio, assemblaggio).
Ai giovani pazienti che posseggono un bagaglio di conoscenze e tecniche vanno offerti anche posti nel terziario avanzato, nella produzione, nella comunicazione, nell’informatica, nella cultura.
I loghi soprastanti sono il primo prodotto del progetto di un nuovo Consorzio di Cooperative Sociale: si tratta del Progetto Hand, che ad oggi riunisce un primo gruppo di 13 Cooperative, sociali e non solo, che operano in questi settori. Rivendicando il diritto a costruire ed a conquistare un nuovo mercato, per fornire nuovi prodotti e creare nuovi posti di lavoro.

* Presidente di Legacoopsociali Fvg

6 Luglio , 2008

Dalla Salute mentale alla Salute psichica: per una psichiatria come “medicina dell’anima”.

di Marco Bertali


Faccio pervenire questo mio contributo con la richiesta che venga inserito tra le riflessioni fatte durante il Forum, auspicando che il mio pensiero un po’ “diverso” trovi comunque opportunità di testimonianza e di diffusione.
Non ho fatto un intervento durante il Forum sia perché ho preferito in quel contesto mantenere un atteggiamento di ascolto rispetto ai già tanti interventi programmati, sia perché circa dalle 17 e 30 in poi l’uditorio si è sfilacciato, anzi quasi evaporato, quindi ci sarebbe stata occasione di condivisione con pochi, per la maggior parte addetti ai lavori.
A proposito di quest’ultima constatazione suggerisco, a margine, che per i prossimi Forum sarebbe da ribadire che l’importanza di incontri nel Foro, nella Piazza cioè, è quella di giungere ad un dibattito finale, non tanto di svolgere, a mo’ di toccata e fuga, interventi spesso di auto-rappresentazione.
Pertanto produco queste personali elaborazioni in un secondo tempo, comunque in tempi strettissimi, con la speranza di poter alimentare tale dibattito.


PREMESSA
Tutti gli interventi durante il Forum hanno riesplicitato e riaffermato l’appassionato impegno civile che ciascuno di noi (persone con disagio psichico,familiari,volontari,soci di cooperative,operatori…) sta mettendo a disposizione nel continuare l’opera di Franco Basaglia. Quel che però è stato di nuovo sottolineato è che ancora ardua è la strada verso i diritti alla salute e alla qualità di vita per quelle persone che si vengono a trovare in situazioni di disagio e di sofferenza psichica.
In questa fase ritengo che per riorientare e facilitare tale strada e per meglio costruire reti di alleanze e precisazione di ruoli, competenze e responsabilità, sia bene richiarire i termini della questione che si vuole affrontare: se non si rimettono al centro dell’attenzione i contenuti e i significati dell’agire v’è il rischio che da una parte le celebrazioni e dall’altra le valutazioni dei processi attivati diventino auto-referenziali, poco comprensibili dalla maggior parte della società e quindi non spendibili per un reale cambiamento culturale.
Penso che le varie organizzazioni ed agenzie per la salute mentale della nostra regione (C.S.M., cooperative sociali, comunità e strutture intermedie, associazionismo e volontariato…) debbano riflettere sul modello culturale utilizzato -il cosiddetto approccio bio-psico-sociale- per meglio sostanziarne l’aspetto biologico (che non significa solo farmacologico) e quello psicologico (che non può esaurirsi in interventi relazionali e di sostegno).
Ecco quindi nei prossimi punti solo alcuni brevi cenni di revisione e di ridefinizione del tema.

1) VERAMENTE, NON PARLIAMO PIU’ DI MALATTIA, MA DI SOFFERENZA.
Il termine di malattia, così come quello di disturbo, fa parte del bagaglio medico diagnostico-riduzionistico, ripropone la logica di un “male” che invade e del quale bisogna liberarsi e la logica del “danno”cerebrale, dell’alterazione dei circuiti neuro-trasmettitoriali, magari su determinazione genetica.
Il termine sofferenza ci riporta invece nell’ambito della vita e di ciò che siamo costretti a portare, a sopportare, per quanto non siamo stati in grado di comprendere e/o per quanto ci è stato impedito di comprendere del nostro senso di vita; insomma il peso che proviamo per la distanza dalla nostra autenticità esistenziale.

2) E PARLIAMO, ANCOR MEGLIO, DI SOFFERENZA PSICHICA, DI SOFFERENZA DELL’ANIMA.
La presenza centrale e fondante della nostra manifestazione esistenziale è la nostra Anima, che prende Corpo attraverso il livello mentale, quello emozionale-affettivo quello energetico e quello fisico. Quando non esprimiamo, non possiamo esprimere, la nostra Anima si determina una sofferenza profonda che si conclama in vari modi sintomatici a tutti questi livelli.

3) I SINTOMI DI SOFFERENZA PSICHICA SONO PREZIOSE OPPORTUNITA’ DI COMPRENSIONE E TRASFORMAZIONE, INDIVIDUALE E SOCIALE.
Le sofferenze psichiche non devono essere intese come un “male oscuro”, bensì la via magari tortuosa per ritrovare il nostro bene oscuro, la nostra Anima nascosta. I sintomi di sofferenza psichica non sono nemici da combattere, bensì amichevoli messaggeri interiori da ascoltare, decodificandone il linguaggio, per iniziare a prendersi cura di sé, riferendosi alle proprie risorse e dedicandosi presenza, attenzione e amore; eventualmente appoggiandosi anche ad altri, professionisti e non, per trovare accoglimento,accompagnamento, orientamento e condivisione solidale. In particolare è proprio nei momenti di crisi, anche quelle più estreme, che si può apprezzare il potere trasformativo della nostra Anima; assecondare e coltivare tale occasione evolutiva comporta poi l’assumersi la responsabilità e la determinazione di riprendere in mano la propria vita e di affermarsi, anche spezzando catene relazionali ed ambientali e reagendo a soprusi ed ingiustizie.

4) NON VI SONO SOLTANTO LA CONTENZIONE FISICA E L’ELETTROSHOCK,MA ANCHE LA CONTENZIONE CHIMICA E GLI SHOCK CHIMICI DEI COSIDDETTI PSICOFARMACI (MEGLIO DEFINIBILI COME CEREBROFARMACI).
Visti gli interessi in gioco, v’è oramai una diffusione capillare del mercato dei cerebro farmaci (le varie formulazioni chimiche che vanno ad impattare e modificare in maniera grossolana molteplici circuiti neuro-cerebrali non sono di certo dei farmaci per la nostra Anima). Tali sostanze possono ristabilire un certo compenso e possono alleviare il dolore, ma causano effetti collaterali spesso tacitati, determinano fenomeni di dipendenza fisica e mentale, riducono la motivazione, l’intenzione e la volontà di comprensione di sé e quindi compromettono la possibilità di una reale guarigione.
Esistono evidenze internazionali che anche le problematiche psichiche più gravi, se affrontate all’esordio, possono evolvere positivamente senza la somministrazione di farmaci e con adeguato supporto relazionale, psicologico, ambientale e sociale.
Invece oramai la tendenza è quella della prescrizione di farmaci chimici per la maggior parte di disagi e sofferenze psichiche; e questo non solo da specialisti privati, negli ambiti cattedratico-universitari, da parte dei medici di medicina generale, ma anche all’interno dei Centri di Salute Mentale. Come pensiamo di affrontare il problema dello stigma se l’approccio dominante, magari un po’ mimetizzato e mitigato, resta quello diagnostico-prescrittivo, che alimenta il paradigma della malattia e del malfunzionamento cerebrale?
Attualmente è ovvio che nella pratica istituzionale la messa in discussione del farmaco difficilmente può riguardare le persone con problematiche psichiche più gravi: mancano un orientamento culturale, un’adeguata formazione, la necessaria organizzazione, anche come numero di operatori (le attuali piante organiche dei D.S.M. sono sicuramente carenti per attuare un più serio lavoro di comunità). Ma per moltissime altre situazioni, la maggior parte di quelle che giungono ad un C.S.M., è già possibile; l’obiettivo a breve può essere quello di partire da queste per poi rivolgersi a situazioni più impegnative.

5) UNA PSICHIATRIA COME MEDICINA DELL’ANIMA.
Allora è proprio in un contesto istituzionale articolato come i servizi territoriali della nostra regione (pur con le risapute carenze e squilibri zonali) che si può rilanciare l’idea di un approccio alla cura mediante il quale le varie figure coinvolte (non solo medici, ma professionisti diversi, tecnici, volontari, cittadini…) riescano a creare dispositivi, duali e collettivi, in cui grazie a sapienza, arte, estro ed intuito (prerogative tipiche dell’atto medico delle origini) venga garantito e facilitato quel processo trasformativo ed evolutivo racchiuso ed insito nel potere animico di ciascuno.
La nostra Anima perciò non più come oggetto di indagine e terapia, ma come soggetto interiore detentore di conoscenza e di capacità di auto-guarigione: è questo il significato, anche etimologico di una Psichiatria intesa come Medicina dell’Anima.

6) PROMOZIONE DI SALUTE PSICHICA: L’APPROCCIO OLISTICO IN PSICHIATRIA.
Se vogliamo parlare di salute nella sua completezza, in modo olistico cioè, dobbiamo partire dalla nostra Anima, così come la fisica quantistica considera la dimensione coscienziale come basale ed informazionale di quella energetica e di quella materiale; quindi proporre interventi congrui sui vari livelli interiori (psichico, mentale, emotivo-affettivo, energetico, somatico) oltre che sugli aspetti relazionali ed ambientali.Tra le pratiche olistiche si possono ricordare per esempio l’ayurveda, lo yoga, lo shiatzu, il reiki, il pranic healing, rio abierto… Alcune di queste tecniche vengono già proposte da qualche servizio della nostra regione, ma rimangono marginali e perciò scarsamente influenti sull’iter di cura. V’è da ricordare che sempre più numerose sono le convalide scientifiche di tali approcci, in particolare per quanto concerne l’integrazione tra percorsi psicoterapeutici e pratiche di auto-cura di derivazione meditativa (vedi gli studi della psico-neuro-endocrino-immunologia e gli studi sulla mappatura cerebrale mediante la risonanza magnetica funzionale e la tomografia ad emissione di positroni).
Da dire poi che promuovere salute psichica in una prospettiva olistica significa coinvolgere la società e i giovani in particolare (p.es. nelle scuole) in percorsi educativi e formativi in cui vengano passate specifiche conoscenze e pratiche sulla trasformazione del disagio interiore e relazionale, fin dagli esordi.

7) SALUTE PSICHICA E BENE-ESSERE: LA SPIRITUALITA’ COME ESSENZA DELL’ETICA.
Avendo parlato di salute psichica, della centralità dell’Anima nella nostra vita, ma anche in un percorso di cura, meglio di auto-cura, bisogna specificare che il principale seme della nostra Anima è depositato e custodito nell’intimo del nostro Cuore (fisico, ma soprattutto energetico e coscienziale). E questo seme è permeato e nutrito dall’Amore: la via verso la vera guarigione e la salute, così come la via della nostra realizzazione esistenziale, non può prescindere dal riferimento e dalla risonanza in questa dimensione di Amore, di Bene. Ecco allora che il Bene-essere viene a distiguersi dal benessere consumistico ed estetico che nella nostra società viene tanto promosso e propagandato: il Bene-essere,l’obiettivo comune per la vita di ciascuno di noi, diventa l’essere, l’esistere nel Bene e per il Bene proprio, altrui, di tutti gli esseri viventi e del mondo, così riconoscendosi nell’Unico Bene dal quale tutti proveniamo e nel quale tutti torneremo.
Bene-essere pertanto come aspetto valoriale ed etico; ma in tale logica al centro di questo progetto etico, al centro di questo Bene, di questo Amore, non può non essere considerata, a mio avviso, ma non solo mio, la dimensione della sacralità, della spiritualità, della religiosità, della trascendenza.
Parlare di percorsi di cura, di salute, di Bene-essere senza aprire almeno una riflessione su questi aspetti rende parziale, limitato e limitante qualsiasi impegno istituzionale, sociale e culturale nell’ambito di una Psichiatria da intendersi come Medicina dell’Anima.

8) LAVORO, CASA E RELAZIONI AIUTANO A RENDERE LIBERI; BEN DI PIU’ SE NEL CONTEMPO SI AIUTA L’ANIMA A MANIFESTARSI E A RADICARSI.
Le riflessioni svolte nei punti precedenti hanno come presupposto che ovviamente si mantenga la spinta, ideale e concreta, per creare opportunità di integrazione sociale e comunitaria soprattutto per le persone con disagio psichico più grave (progetti personalizzati, Piani di zona, Fondi per l’autonomia possibile, abitazioni Ater, strutture intermedie, cooperazione sociale, associazionismo, volontariato…).
Di certo tali opportunità possono essere meglio utilizzate se la persona nel contempo è stata aiutata da una parte a sciogliere nodi sintomatici dolorosi in maniera più specifica, attraverso un percorso psicoterapeutico; dall’altra a potenziare le proprie risorse interiori attraverso pratiche olistiche di auto-consapevolezza, di centratura e di riequilibrio psicosomatico ed energetico.
E’ in questo modo che l’orientamento cosiddetto bio-psico-sociale può trovare il suo affinamento, per così dire la sua esaltazione.

CONCLUSIONI
Sono ben consapevole che i temi da me proposti sono un po’ desueti (e in questo breve scritto non ho parlato dell’importanza della scelta vegetariana anche per il raggiungimento di miglior equilibrio psichico). In oramai tanti anni che tento di proporre tali temi all’interno dell’istituzione dove lavoro, ma anche in regione, ho quasi sempre riscontrato resistenze, diffidenze, pregiudizi, supponenze. Sicuramente diversa è l’accoglienza che ho ricevuto dalle persone che sono riuscito ad aiutare, sia individualmente che in gruppo, seguendo tale impostazione e tutte le volte che in occasione di conferenze, convegni e seminari ho presentato i miei scritti che sostengono tali argomentazioni.
Ritengo che il Forum al quale mi sto rivolgendo abbia senso se riesce a garantire reale dibattito, culturale e scientifico; altrimenti rischia di diventare strumento di omologazione, di addomesticamento e, per certi versi, di controllo.
Detto ciò, auspico la possibile attenzione e il possibile ascolto.
E di questo fin d’ora ringrazio.

22 Maggio , 2008

Le 10 questioni fondamentali*.

presentate da Olga Micol


LA LOTTA ALLO STIGMA
Stigma e pregiudizio sono figli dell’ignoranza, si può combatterli se la società tutta saprà affrontare le questioni della salute mentale
con la dovuta consapevolezza e responsabilità. Ognuno, per la sua parte, con strumenti formativi e informativi,
può favorire la cultura dell’accoglienza, della comprensione e della solidarietà.LA PRESA IN CURA E IL DIRITTO ALLA SPERANZA DI GUARIGIONE:
Partendo dalla qualificazione dei servizi per la salute mentale (centralità del territorio con i centri di salute mentale
operanti nelle 24 ore 7 giorni su 7) e degli stili operativi, con la partecipazione attiva degli utenti e dei “carers”.
Si può e si deve curare senza abbandonare né mortificare.

IL DIRITTO AL CONSENSO INFORMATO
Gli utenti devono conoscere i vari percorsi che la salute mentale può offrire loro e hanno diritto di esprimere un consenso libero e informato
prima di qualunque intervento, anche farmacologico. Tutti devono essere messi in grado di esercitare il proprio diritto
anche quando non sono nelle condizioni di farlo.

IL DIVIETO DELLA CONTENZIONE E IL CONTROLLO DELL’ABUSO FARMACOLOGICO
Nella maggioranza dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura si legano le persone, si tengono le porte chiuse a chiave,
si fa un uso massiccio di psicofarmaci come unica risposta alla complessità della sofferenza e dei bisogni che le persone esprimono.
La contenzione è violazione esplicita dei diritti umani in quanto azione lesiva della libertà e della dignità della persona.
Fare a meno delle contenzioni e tenere le porte aperte nei luoghi di cura dovrebbe essere riconosciuto un obiettivo di qualità dei servizi.

I TRATTAMENTI SANITARI OBBIGATORI (T.S.O.)
Non costituiscono la norma e quando strettamente necessari, devono essere attivati nel pieno rispetto della procedura indicata
dalla Legge e nel rispetto della dignità della persona; trattandosi di un atto medico, devono essere gestiti da personale sanitario.
Qualunque abuso deve essere perseguito penalmente.

LA RESIDENZIALITÀ NELLA SALUTE MENTALE.
Va condotta una serie e urgente indagine conoscitiva su tutte le strutture che accolgono persone con sofferenza mentale e sulla forzata
e prolungata istituzionalizzazione. Quando necessario, le persone devono poter sperimentare un percorso di cura e di ripresa in una struttura
residenziale che abbia le caratteristiche di una civile abitazione, in piccoli gruppi di convivenza, a diversa intensità di assistenza
sulla base dei bisogni individuali. Si devono prevedere inoltre progetti personalizzati di “abitare assistito”.

LA FORMAZIONE DEL PERSONALE.
Nel rispetto delle indicazioni contenute nel Piano d’Azione sulla salute mentale per l’Europa (emanato dalla Conferenza di Helsinky),
occorre “disporre di una forza lavoro competente ed efficace”. Il sapere trasmesso nei luoghi della formazione ha continuato a rifarsi pressoché
esclusivamente ad una cultura biologista, non dà informazioni sulle culture della psichiatria di comunità e non riconosce loro
cittadinanza scientifica. Impostazioni rigide ignorano l’importanza della dimensione sanitaria, sociale e antropologica nel disturbo mentale.

IL DEFINITIVO SUPERAMENTO DEGLI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI
Il passaggio in corso della sanità penitenziaria al servizio sanitario nazionale conferisce, alle Regioni e ai Dipartimenti di Salute Mentale,
una funzione e una responsabilità fondamentali nel trattamento dei pazienti psichiatrici autori di reato, consentendo così, finalmente,
di poter fare a meno degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Riteniamo che questo sia un obiettivo di straordinaria importanza
e che si possa realizzare senza andare a ricostruire luoghi dove la cura sia associata alla custodia.

IL SOSTEGNO ALL’IMPRESA SOCIALE.
Va potenziato il sostegno alle imprese sociali che operano territorialmente in accordo con i Dipartimenti di Salute Mentale che,
più di altri, possono facilitare i percorsi di ripresa ed emancipazione sociale delle persone con sofferenza mentale,
con particolare riferimento alle cooperative di tipo b, che si occupano di inserimento lavorativo.

L’INTERDIZIONE, L’INABILITAZIONE E L’AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO
Si sottolinea l’urgenza di procedere all’abrogazione della legge sull’Interdizione e Inabilitazione e al rafforzamento
dell’amministrazione di sostegno che deve mantenere un carattere temporaneo.


*E’ il manifesto-appello presentato a Roma dall’Unasam (Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale), insieme ad altre 15 associazioni: ANPIS, Associazione Persona e Danno, Arci, Cgil, Cgil Funzione pubblica, Cittadinanzattiva, CNCA, Coordinamento Ligure Utenti, FISH, Fondazione Don Luigi Di Liegro, Fondazione Franco Basaglia, Forum Salute Mentale nazionale, Le Parole Ritrovate, Medicina Democratica, Psichiatria Democratica Rete Toscana degli Utenti e UNASAM .

22 Maggio , 2008

Il gruppo di lettura “Ad Alta Voce”. San Vito al Torre.

a cura di Elvia


A noi piace molto leggere. Ci distrae, ci rilassa, ci fa stare meglio.

Per questo, appena ci è stato proposto di partecipare al gruppo di lettura “Ad alta voce” abbiamo immediatamente aderito.

Poi subito un dubbio: queste letture non saranno troppo per noi? Troppo impegnative, troppo da pensarci su, troppo tristi, troppo coinvolgenti e alle volte anche troppo noiose?

E invece no, cammin facendo la curiosità aumenta, le storie tristi in fondo sono parte della vita di tutti i giorni, pensare in tante è più facile, scambiarci i pensieri, le esperienze, i ricordi è interessante, l’impegno diventa via via meno gravoso.

Con “Maria Zef” abbiamo vissuto la crudeltà della miseria e della solitudine delle nostre nonne insieme alla forza di sopportare tanto, troppo per proteggere chi amiamo, fino ad arrivare al fatto di cronaca quasi quotidiana dei nostri telegiornali.

Con le prostitute del Pakistan abbiamo capito che questo “mercato”, come tutti i mercati, vive sulla domanda che, nello specifico, è incrementata anche dalle pause di lavoro dei camionisti in caso di maltempo.

Con le letture sulla contraccezione ci siamo scoperte molto informate ma abbiamo anche provato il dolore di non sentirsi più riconosciute come donna quando, per una malattia, si diventa sterile.

Con Gina Marpillero e i suoi racconti su fidanzamenti e matrimoni ci siamo rese conto di quanto l’amore conti per tutte noi. Ci crediamo, lo mettiamo al primo posto nella nostra vita, sacrifichiamo noi stesse per lui. Spesso però veniamo disilluse, tradite e vogliamo ancora salvarlo scaricando la colpa su suocere impiccione e difficoltà della vita.

Con “La parrucchiera di Kabul” stiamo provando la difficoltà concreta di vivere indossando il Burka. Stiamo anche osservando che per un “buon matrimonio” (con un marito che altri scelgono per te) sei costretta a subire molto. E quanto continui ancora a subire per non essere ripudiata perché al di fuori del matrimonio non esiste una vita sicura.

E si, a noi piace molto leggere. Ci distrae, ci rilassa, ci fa stare meglio. Farlo insieme ci aiuta a riflettere, sia sulla storia che stiamo leggendo sia sulla nostra vita e, al di là del fatto che siamo medici o pazienti, operatori o infermiere, giovani o vecchie … ci fa sentire vicine, uguali, donne.

Le donne della Casa di S. Vito al Torre.

22 Maggio , 2008

Lettera degli operatori del CSM 24 ore di Palmanova.

a cura di Valentina Cecotti ed Erica Benacchio


Questo breve documento è stato elaborato da tutti gli operatori del Centro di Salute Mentale 24 ore (CSM) di Palmanova, che è la struttura operativa che accoglie e si prende cura delle persone che soffrono di un disturbo mentale.
Il CSM di Palmanova opera, già da 10 anni nell’arco delle 24 ore, ed è costituito da un’equipe multiprofessionale composta da: infermieri, operatori socio-sanitari, medici, psicologi e da un terapista della riabilitazione.
Poiché la nostra operatività non è limitata all’interno delle mura del servizio, ma è rivolta soprattutto al territorio, collaboriamo anche con il privato sociale, con i diversi ambiti di appartenenza e con associazioni di volontariato (lavoro di rete).
Tutto ciò ci aiuta ad essere un servizio aperto, non solo in senso metaforico, ma anche in senso fisico e strutturale ( le porte sono aperte), a tutte le forme di disagio. Inoltre ci permette di instaurare delle relazioni che vanno oltre ai ruoli formali allo scopo di una presa in carico globale della persona (aspetti sociali, lavorativi, personali, famigliari).
Naturalmente, come tutti, ogni giorno svolgiamo le attività quotidiane assieme alla persona sia all’interno del Centro che sul territorio, all’interno del suo contesto di vita al fine di creare una cultura della solidarietà e del mutuo aiuto.
Durante un Atelier di Senso, nome solenne che diamo all’incontro mensile di auto-formazione interna, abbiamo riconosciuto proprio il valore del quotidiano dentro la relazione con la persona.
Essere a contatto 24 ore su 24 con le persone, per noi operatori rappresenta un privilegio grazie al quale riusciamo a mantenere una continuità relazionale, un maggior coinvolgimento nelle attività che noi svolgiamo, una maggior prevenzione per quanto riguarda le crisi, ma soprattutto un maggior consenso alle cure riducendo così l’obbligatorietà dei trattamenti.
Per ciò che concerne questo ultimo punto, infatti, il nostro Centro, dal 2006, ha iniziato a prendersi in carico i Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO) senza dover necessariamente ricorrere al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) di Udine.
Da oltre due anni, quindi, abbiamo osservato che questo atteggiamento riveste un ruolo molto rilevante nel vissuto della persona, perché prima di tutto si ritrova in un ambiente ad essa conosciuto, all’interno del suo territorio di appartenenza, ma soprattutto con operatori che conosce e con i quali ha già una relazione.
Analizzando i dati di questi ultimi due anni e mezzo abbiamo riscontrato che i TSO in SPDC a Udine sono stati quasi azzerati e si sono ridotti anche i TSO presso il CSM 24 ore. Nel 2005 risulta una percentuale di 1.3 mentre negli anni successivi siamo passati a un tasso inferiore all’ uno (2006: 0.9% e 2007: 0.4%). Nel 2008, fino ad oggi, non è stato ancora compiuto nessun TSO.
Poiché l’agire del nostro gruppo non è rivolto solo alla prevenzione ed alla cura, ma privilegia l’aspetto riabilitativo e del reinserimento sociale-lavorativo e famigliare, in questi ultimi tempi, coinvolti e non poco, nel nostro lavoro ci siamo messi in gioco e da ciò sono nate delle iniziative collettive che sono tutt’ora in corso:
- gruppo dei famigliari di persone ad alto carico
- gruppo dei famigliari esperti
- gruppo di ginnastica all’aperto
- gruppo giovani
- gruppo lettura con le donne
- gruppo di cucina: “I mestoli nomadi”
- gruppo di attività espressivo-creative
- G.A.A.S: gruppo autogestito di acquisto solidale, ogni settimana vendiamo in Centro farine ed ortaggi biologici dal produttore (Fattoria di Novacco) al consumatore.Ultimamente abbiamo promosso un’assemblea delle persone che usufruiscono del servizio nella quale si discute di tematiche riguardanti il buon funzionamento del Centro.

A noi tutti piacerebbe continuare così, ma anche migliorare e migliorarci.

22 Maggio , 2008

Il volontariato può essere uno strumento per i servizi del suo territorio.

di Valter Meneganzin


L’uso, meglio dire l’utilizzo, del volontariato, come strumento per iniziare l’abbattimento della “omeostasi”, secondo i cittadini attenti all’essere “STATO” è la vera piaga da de-istituzionalizzare.

Il volontariato è riconosciuto dalle istituzioni come formazione di cittadini attivi e contribuenti che si occupano della difesa di un bene comune. Per noi di psiche friuli ciò è la salute mentale. Art 18 c.u.

Bene, noi di Psiche Friuli riteniamo che uno dei più gravi problemi che hanno i cittadini-familiari, che necessitano dei servizi sanitari, è che i servizi sanitari sono arroccati, non pianificano, con il loro “territorio”, il servizio di salute mentale. Sono fermi e autoreferenziali. Quindi bloccati.
Le risposte vengono evitate perche NON c’è una “forma di efficienza ed efficacia” che venga valutata da coloro che la dovrebbero usare (che si tradurrebbe in bellezza e “azione pianificata”). Un concetto/valore, voluto anche da Basaglia.

Il mancato accettare (fare well) concretamente nei “tavoli di amministrazione pubblica” del nostro territorio, quello della Bassa Friulana, della nostra associazione di volontariato provoca scompensi (peso=contrappeso) e non mette in condizione i nostri servizi di salute mentale ( soprattutto uno..) di essere ritenuti/riconosciuti, dal territorio, soccorrevoli e “aiutate voli” (passatemi il termine). E se la democrazia è anche la determina/azione di ruoli, avendo Psiche Friuli un ruolo ri/conosciuto, non si comprende perché questo ruolo non possa essere esercitato anche con gli amministratori pubblici e gli operatori della salute mentale del nostro territorio.

Secondo noi, solo se il volontariato attivo (non visto solo come buonista) viene istituzionalmente a fare parte di una costruzione di “fare well”, si metterà in atto una rivoluzione, seria, reale e leale. Sennò sono chiacchiere.

L’esempio del cigno nero che ho fatto al forum regionale è significativo. Perchè il cigno nero (noi) ha cambiato in Australia la prospettiva. (E soltanto se si cambia la prospettiva attraverso chi non è autoreferenziale ed egocentrico, si modifica uno status). Da quando gli australiani hanno “compreso” che “esisteva” anche il cigno nero, sono cambiate le prospettive ed è cambiato tutto il pensare comune australiano.
Dopo centinaia di anni di luogo comune, che faceva pensare che nulla poteva cambiare, cambiando la prospettiva è cambiato tutto.

Quindi noi, cittadini attivi/contribuenti/volontari, consapevoli e qualificati, siamo la “nuova prospettiva”. E il politico deve rendersene conto. Sennò che politico è ?

Psiche Friuli chiede di iniziare a tenerne debitamente conto che le valutazioni e il monitoraggio delle azioni sulla salute mentale nella bassa friulana tengano conto effettivamente anche dei cittadini attivi/contribuenti, che ritengono oramai superate le ideologie psichiatriche. E politiche e partitiche.
Inoltre chiedono di con/dividere con i servizi sanitari della Ass n. 5 i “diritti”. Non dobbiamo più conquistare, ma condividere. Non ci interessa ri/vendicare, ma esercitare con “diritto condiviso dai servizi sanitari” una nostra libera/azione.

L’uso del volontariato del cittadino attivo, può inoltre rappresentare un enorme risparmio di soldi pubblici. A fronte di una domanda di salute mentale alla quale i servizi non potranno rispondere, a causa di un deficit economico e strutturale. Incolmabile. Se non con le chiacchiere.

Psiche Friuli afferma che il volontariato può essere uno strumento per i servizi del suo territorio, se si condivide che la forza della relazione e del capitale sociale vadano usate come “buona pratica per “fare salute mentale”. E se gli operatori dei Csm e Dsm diventano anch’essi cittadini.
Adesso molti di loro sono “dipendenti pubblici” mentalmente.

Ovviamente io non mi riferisco solo al nostro territorio, avendo Psiche Friuli una esperienza di volontariato con interventi in tutto il FVG.

22 Maggio , 2008

Il primo giro di boa

a cura di Meri Marin


Ospitiamo il VII Forum Regionale della Salute Mentale a San Giorgio di Nogaro.
La Bassa Friulana era già stata ospite a Cervignano, nel giugno del 2004. Oggi ripartiamo dal nostro Distretto Ovest, in questa giornata del 16 maggio, a tre giorni da quel 13 maggio di 30 anni fa, quando fu promulgata la legge 180 che seguiva all’esperienza tangibile di Franco Basaglia e dei suoi collaboratori, che avevano aiutato tutto il popolo italiano a dire di NO definitivamente al manicomio.Abbiamo cominciato a Gorizia nel dicembre del 2003.

Partiamo da un caposaldo del Forum: la partecipazione democratica degli addetti ai lavori, delle associazioni, delle famiglie, degli utenti, del mondo della cooperazione sociale ed infine di tutti coloro che si lasciano provocare dalla vicenda della salute mentale.
Il metodo proposto è proprio implicito anche nel nome: FORUM – DELLA – SALUTE – MENTALE.

Parliamo di SALUTE MENTALE: come si fa, come si raggiunge, come si costruisce e quindi come si interrogano i servizi pubblici ed il privato sociale preposti a ciò, gli utenti che vivono un attentato alla salute mentale, la famiglia che spesso sopporta il suo contrario.
Salute mentale senza la quale, lo abbiamo detto più volte, non c’è salute.

Sei i precedenti incontri assembleari ricchi, motivati e motivanti, che hanno prodotto confronto, ma non solo, scontro, ma non solo, indicazioni, ma non solo. Abbiamo soprattutto affrontato il tema delle buone pratiche, dell’organizzazione dei servizi, del rispetto delle persone che li frequentano e delle loro famiglie.

Temi ancora attuali, sui quali ancora confrontarci e lottare, ma su questi temi alcune significative risposte nel tempo sono venute.

1) le buone pratiche: i progetti riabilitativi personalizzati che indicano una presa in carico reale, fatta delle cose della vita. Fino all’attuale fondo per l’autonomia possibile, che non solo è dedicato a persone che vivono l’esperienza di disagio, ma che è costruito assieme ai comuni che rimangono il luogo della cittadinanza, della partecipazione di tutti: un po’ sani e un po’ malati.

2) I centri di salute mentale sulle 24 ore: abbiamo sempre ribadito la loro centralità, col sistema di cura e di welfare. In regione ce ne sono di consolidati, ce n’è in via di ultimazione (come Gemona e Cividale), ma ancora ne mancano, come quello del distretto Ovest, per il quale il sindaco di San Giorgio ha messo a disposizione un terreno, ma siamo ancora lontani dalla sua realizzazione). Parliamo di centri sulle 24 ore, Centri di Salute Mentale come luoghi solidali, per la comunità civile, testimoni della sofferenza ma anche della possibile speranza di guarigione.

3) La contenzione. Quest’anno inaugureremo il Centro di Salute Mentale di Palmanova come luogo dove, fisicamente, non si contiene. MAI. La contenzione, come l’elettroshock, sono temi che ritornano, mai definitivamente superati, perchè se anche noi superiamo la contenzione, con fatica, nei nostri servizi, il uso uso è ormai normale in molti reparti ospedalieri, nelle case di riposo.

4) I servizi sempre più disponibili all’intervento: PROATTIVI. Che in una collaborazione sempre più stretta con familiari e associazioni di volontariato, si fanno carico delle persone che soffrono, senza trincerarsi dietro le famose frasi “il paziente deve venire al centro” oppure “non è di mia competenza”.

Quindi dei passi concreti ci sono.

Ma non bisogna accontentarsi. Anche perchè le frontiere del bisogno si allargano: nuove sfide di fronte a disturbi nuovi, nuove popolazioni a confronto con le nostre, nuove competenze rispetto ai disagi che colpiscono i minori. Servono collaborazioni tra i servizi e i comuni per ribadire il carattere socio sanitario di molti disturbi che vanno quindi affrontati con strumenti complessi ed integrati.

Siamo alla presenza del nuovo assessore alla sanità. A lui chiediamo di ascoltare, a lui chiederemo di parlare, perché il Forum, le persone che vivono il Forum, vogliono continuare ad essere interlocutori attivi e consapevoli.

22 Maggio , 2008

Il vero problema…

di Marco Bertoli


Ho scritto questo intervento in relazione all’articolo del dott.Piero Villotta, presidente dell’ordine dei giornalisti del FVG in riferimento ai fatti delittuosi del dicembre scorso. E’ stato scritto in data 24 dicembre (e cioè prima del terzo delitto) ed è stato pubblicato il 07/01/0. La firma è stata riassunta.
In merito al dibattito sollevato sul Forum, rispetto all’operatività dei servizi, mi permetto di rendere noto che da circa un anno e mezzo, presso i Distretti sanitari di Palmanova e di San Giorgio di Nogaro (e quindi fisicamente non collocati presso i Centri di salute Mentale) sono operanti due centri per le cure dei disturbi d’ansia e della depressione che hanno totalizzato, nell’anno 2007, 1450 interventi.


Faccio l’operatore della salute mentale da più di qualche anno. Chi fa questo lavoro sa che non c’è vicinanza, passione, abnegazione, dedizione che, a volte, possa di fatto comprendere il dolore psichico.

Non c’è diagnosi, terapia farmacologica, interpretazione, sostegno psicologico che tenga di fronte al vissuto di dolore disumano che, a volte, le persone vivono.

E’ chiaro che i fatti di Tarcento e Molin Nuovo interrogano i servizi. Ma non solo. Ci interroghiamo se le opportunità di cura che offriamo sono accessibili, raggiungibili, conosciute. Ci interroghiamo se i nostri servizi siano evitati perché “lì vanno solo i matti”.

Queste considerazioni mi permettono di dire che la malattia mentale esiste (altrimenti perché ci lavoro io che sono un medico?) e di correggere anche alcune mie affermazioni comparse recentemente su “la Vita Cattolica”. La malattia mentale esiste, ma la sua cura non è solamente una pertinenza delle strutture sanitarie. Il disturbo mentale ha evidentemente delle connotazioni cliniche, ma non si risolve se l’intervento si ferma a queste.

Viviamo in una regione in cui i servizi per la salute mentale ci sono e probabilmente sono i migliori in Italia. Non riescono a coprire e capire tutto il disagio che c’è e che non sarà mai definitivamente eliminato.

Nessuno è così stolto da poter affermare che quando ci si ammala di una qualsiasi malattia, di diritto si guarisce. Nessun medico ha la certezza di poter guarire l’ammalato, la speranza sì.

In questa regione, Franco Basaglia ha indicato la via maestra per l’inclusione, la reintegrazione, l’abilitazione e la riabilitazione delle persone che soffrono un disturbo mentale. E’ un insegnamento che vogliamo continuare a portare perché è vero.

Ed è anche vero che c’è bisogno, per la cura delle persone affette da disturbo mentale, di una rete formale e informale, c’è bisogno dei medici di base, della famiglia, dei servizi specialistici e delle comunità civili. Ed è anche vero che questa rete c’è nel territorio della nostra regione e permette spesso di dare risposte reali e adeguate alle esigenze di salute della gente (per le quali sarebbe interessante avere ogni tanto una prima pagina sugli organi di informazione regionali).

Ha scritto un giornalista americano di fronte al massacro del Virginia Tech: “La posizione di default” (l’atteggiamento normale e quasi automatico) è una passività terribilmente snervante. I disadattati solitari con manie assassine sono per fortuna piuttosto rari. Ma questa passività detestabile e corrosiva è diffusa ovunque e, a differenza dell’assassino psicopatico, rappresenta una minaccia esistenziale per la società”. Questo è il problema vero, su cui comunque è utile continuare a confrontarci.

Aggiungi un commento 9 Gennaio , 2008

Appunti sulla Depressione e i Servizi.

di Angelo Cassin


Sono d’accordo con Mauro Asquini che di fronte ai fatti che hanno così duramente turbato l’opinione pubblica e colpito le nostre coscienze non si possa stare in silenzio, almeno all’interno di un gruppo di persone che condividono alcuni principi fondamentali, e con la dimensione della sofferenza sono direttamente implicate.

Per questo non credo si corra il rischio di aggiungersi al gruppo degli “esperti” e commentatori, il cui sproloquio mi sembra quanto di più lontano ci sia dal rispetto che merita un dramma così profondo. Penso che solo chi abbia la piena conoscenza delle situazioni, ne fosse coinvolto direttamente, possa azzardare di aprire qualche squarcio nell’enigmaticità di certi accadimenti senza esserne travolto dall’orrore, perciò sui fatti specifici avevo come in altre occasioni optato per un silenzioso rispetto, ma ringrazio Mauro per aver sollevato alcune questioni che indirettamente questi fatti implicano, e che vorrei riassumere nella questione del perché molte volte i nostri utenti, o potenziali tali, si dimostrano riluttanti ad accedere ai nostri servizi, e di come approcciare la sofferenza quando si esprime nelle forme della Depressione, che viene ormai universalmente considerato una delle maggiori emergenze sanitarie.

Parto da quest’ultimo punto con qualche sommaria riflessione.

Affrontare le difficoltà della vita, comprese le risonanze emotive che comportano in ciascuno, è uno degli inevitabili compiti dell’esistenza umana. In alcuni casi le difficoltà sono così grandi, o le spalle di chi deve fronteggiarle così fragili, o i sostegni esterni ( la rete di riferimento, la cultura, le risorse) così scarsi, che la sofferenza raggiunge i limiti di sopportabilità, o li supera con vie di uscita talora sconcertanti. Non possiamo però confondere ogni difficoltà con lo sviluppo di una condizione depressiva, che può spesso presentarsi come conseguenza di queste stesse circostanze ma a volte attraverso strade così tortuose che non pare di poter rintracciarne una causa. Ogni psichiatra, e quasi ogni paziente, conosce la differenza tra uno stato di sofferenza e tristezza relativo a determinate circostanze di vita, quale risonanza coerente e modulabile, e la caduta in una condizione depressiva, che mette in scacco la mente e tutto l’organismo biologico e relazionale, sino ad arrivare all’inaridimento della stessa sofferenza, e di ogni altro sentimento. Questa condizione appare più profonda, pervasiva e rocciosa, non modulabile e persiste per un tempo prolungato, anche qualora le difficoltà da cui aveva apparentemente tratto origine venissero a risolversi. Quasi inevitabilmente il soggetto si percepisce inadeguato e colpevole, anche senza una oggettiva motivazione, prigioniero di un tunnel senza un futuro e perciò condannato senza appello. Si vergogna di essere così.

In questa negatività dilagante si fanno insidiosamente strada idee di morte, intesa come unica possibile via di uscita dalla sofferenza. Il soggetto si rende conto della gravità di queste idee, ne riconosce spesso la “follia”, e perciò non le comunica facilmente, se non a chi sia stato capace di conquistarsi un po’ di fiducia. La responsabilità incombe su questi soggetti come un macigno, e proprio per questo misto di responsabilità, impotenza e colpa possono in casi estremi coinvolgere nel proprio progetto di annientamento anche i figli o famigliari, commettendo un omicidio che nelle loro intenzioni profonde è l’evitamento di una sofferenza. Il soggetto depresso è particolarmente sensibile alle sollecitazioni ambientali che sembrano confermare la sua inadeguatezza e la sua colpa, come accade quando viene richiamato all’impegno, al fatto che “tutto dipende da lui”, a tirar fuori un po’ di buona volontà. Questo atteggiamento così frequente nei famigliari e nelle persone che confidano nel “buonsenso”, e persino in certi sprovveduti curanti, ha l’effetto di spingere il soggetto depresso ancora più in fondo, lo fa sentire ancor più solo e colpevole.

Curare un paziente depresso richiede conoscenze e competenze, e molta tensione etica, come per tutte le situazioni impegnative. Lo sviluppo delle neuroscienze ha permesso di rafforzare la visione unitaria tra aspetti biologici, dimensione psicologica e sociale. Sia le esperienze, che le parole, che i farmaci, producono modificazioni nel nostro cervello, che a sua volta modula la risposta ad esperienze, parole e farmaci, attraverso un complesso sistema fatto di espressività genica, fattori neurotrofici ed altre diavolerie. Di questa complessità dovremmo tener sempre conto, le scorciatoie sono un imbroglio.

Dare un farmaco non è una cosa banale, richiede una conoscenza delle evidenze scientifiche per la costruzione di un trattamento “su misura”, richiede un attivo e consapevole coinvolgimento del paziente ed eventualmente dei famigliari, un ascolto attento delle sue perplessità e difficoltà rispetto agli effetti collaterali ecc. Una variabile dell’effetto farmacologico è il tempo che trascorriamo con il paziente e l’interesse che dimostriamo nei suoi confronti.

Anche uno psichiatra di orientamento biologico come G.B. Cassano ad ogni convegno parla ormai dell’efficacia della psicoterapia (interpersonale). Numerose sono infatti le evidenze dell’efficacia, almeno a lungo termine, della psicoterapia, che potrebbe essere utile ad elaborare le serie di eventi traumatici o di perdita che spesso caratterizzano le storie di questi soggetti, ed i conseguenti stili di “coping”. Anche la psicoterapia non è priva di effetti collaterali, basti pensare al rischio di problematizzare in fase acuta chi si sente già sommerso dai problemi. Continuo spesso a vedere disatteso il vecchio principio di “velare” e non “svelare” nell’approccio ad un paziente in grosse difficoltà come un depresso grave.

C’è poi spesso il problema di affrontare insieme al paziente le sue difficoltà reali, non solo quelle fantasmatiche, coinvolgendo come, si fa di solito nelle situazioni complesse, la rete socio-sanitaria, il volontariato ecc. Quindi anche occuparsi di casa e lavoro risulta essere in certi casi un’arma vincente, a patto di non pensarla come di per sé risolutiva.

Un atteggiamento coerente vorrebbe che le decisioni importanti venissero rinviate ad un momento in cui il paziente si sente meglio, e per alleggerirlo dal peso delle responsabilità del quotidiano sentite come devastanti (l’accudimento dei figli, le faccende..) in certi casi conviene “medicalizzarlo”, al limite anche attraverso ( udite udite) una forma ricovero, che potrebbe salvargli la vita, se le condizioni ambientali sono sfavorevoli. Ovviamente dovremmo sempre coinvolgere il medico di famiglia.

Arrivo così alla seconda questione, quella dei servizi. Essi si sono modellati sulle esigenze di realizzare il diritto di appartenere alla comunità ai cittadini affetti dalle grandi psicosi primarie di lungo corso, a causa di queste deprivati ed emarginati. Le altre patologie erano considerate marginali e ne è prova il “ravvedimento” che traspare dalle recenti parole del Ministro Turco, con le quali esprime la raccomandazione “ che i DSM debbano occuparsi anche di patologie minori come la depressione, i disturbi alimentari e quelli dell’adolescenza”.

Ci sarebbe da chiedersi dove viva chi ha suggerito al ministro l’aggettivo “minore” per patologie: ha mai letto i rapporti internazionali, tipo il libro verde dell’OMS? Ha mai avuto a che fare con un depresso grave, con un suicida, con una anoressica, la cui sofferenza può fare impallidire quella della schizofrenia? ha mai sentito parlare dei costi sociali di questa emergenza sanitaria?

Con buona pace di alcuni atteggiamenti che mi paiono effetto più di ignoranza che di ideologia, i soggetti depressi in modo crescente fanno parte dappertutto della nuova utenza dei servizi.

Ciononostante si tratta di soggetti che vi accedono spesso con difficoltà, credo per due ordini di motivi intrecciati.

Il primo è che si fa fatica ad ammettere che si è depressi in un mondo orientato alla prestazione; ci si vergogna ad esserlo, si viene considerati senza volontà se non ce se la fa da soli. Se ciò è vero, figuriamoci la difficoltà ad accedere ai luoghi deputati al trattamento della follia, che significa accettare l’omologazione al diverso per chi proprio di questa diversità che si sente addosso soffre.

Secondo, il paziente depresso è un soggetto del tutto “normale” ed integrato nella società quando sta bene ( di solito), che solo in certi periodi della sua vita entra nella dimensione del disturbo, della follia, ma ha sempre in tasca il biglietto di ritorno anche in queste occasioni.

Per servizi che si connotano decisamente nella dimensione della “diversità” rispetto alla rete dei servizi sanitari, questo può apparire uno scoglio insormontabile: come faccio ad identificarmi con gli utilizzatori dei servizi che vivono continuativamente una condizione che non percepisco come parte della mia identità, ma solo come una occasionale eclissi di una identità integra?

L’altro ordine di motivi è la proposta che i servizi sono orientati ad offrire, spesso tarata sulla presa in carico “pesante” dello psicotico cronico: c’è posto per la privacy? C’è una specifica competenza, sono disponibili spazi orientati all’ascolto che (udite udite) possono rendere necessari i tanto vituperati ambulatori ( o studi che dir si voglia)? C’è spazio per la flessibilità degli interventi, per la loro co-gestione ad esempio con il medico di famiglia? A che spazi pensano i servizi quando ritengono necessario attuare una forma ricovero? Ai servizi interessa l’immagine che di loro ha la gente? Il lavoro di équipe è in grado di modularsi tra situazioni in cui conviene si limiti all’intervento del singolo operatore, ad altre in cui è necessario un intervento maggiormente corale? Siamo in grado di tollerare che qualche collega possa avere una esperienza maggiore, e si possa consultarlo anche se appartiene ad una altra area territoriale? Esiste come prassi quella di organizzare degli audit per i casi drammatici dei suicidi, o dei casi particolarmente problematici, riconoscendo che una analisi critica del nostro operato può migliorarlo più di ogni richiamo astratto a buone linee guida o buone pratiche?

Beh, mi sembra di aver sollevato già un vespaio di punti ( sono del resto interrogativi ai quali cerchiamo di dare risposte, da queste parti..) e, come spero appaia evidente, ho cercato di preferire all’enunciazione di principi l’espressione di alcune idee, puntando a contribuire ad un dibattito su una questione scomoda ma attuale.

Aggiungi un commento 8 Gennaio , 2008

Che dice il Forum ?

di Mauro Asquini


Ho seguito, come credo tutti voi, in questi giorni le cronache giornalistiche del terzo disperato episodio di morte violenta in famiglia, terzo nel tempo di poche settimane nella nostra regione.Ho letto alcuni articoli comparsi sui giornali locali, mi hanno riferito di un articolo comparso sul Messaggero Veneto prima di Natale in cui un autorevole giornalista prendeva spunto dai due primi episodi cruenti per invitare i medici a occuparsi di diagnosi e terapie e meno di questioni inerenti casa e lavoro (vecchia e logora critica alla psichiatria pubblica della nostra regione ma sempre buona da impugnare da parte dei pescecani quando sentono odore di sangue…).

Ad esempio un uomo di 50 anni nella terra del Friuli, un uomo senza lavoro, che vuol dire anche un uomo che si vergogna di non servire a niente, che si vergogna a chiedere o non sa di poter chiedere, nel deserto sociale e relazionale che caratterizza tante delle nostre comunita come fa a risollevarsi?

Certo l’antidepressivo magari abbinato ad un ansiolitico va prescritto, ma siamo davvero convinti che la depressione nasca dal nulla e che con due pillole svanisca nel nulla ? Sarebbe quindi questo l’unico corretto intervento appropriato degli operatori sociosanitari presenti oggi sul territorio?

Ma al di la della rappresentazione giornalistica dei fatti, questi fatti ci si parano davanti e non possiamo eluderli, ci interrogano! Io sono fra quelli che non crede che una persona, così, un bel mattino si sveglia, uccide la famiglia e poi si uccide. Sono convinto che sia l’esito di un lungo percorso fatto di tempi e di tentativi di salvarsi, magari timidi, “da friulani”.

E i Nostri Servizi e non mi riferisco assolutamente a quelli territorialmente implicati nelle tre tragedie avvenute, i nostri Centri di Salute Mentale ormai sparsi in tutta il Friuli che prossimità hanno ai luoghi dove la sofferenza si svolge e si assolutizza nell’isolamento piu totale, quanto e come si muovono per arrivare là dove la sofferenza non si è ancora organizzata nel disturbo di qualcuno ?

Non dovremo fare lo sforzo di chiederci quanto i nostri servizi siano veramente percepiti dalle comunità come presenze amiche e soccorrevoli e se cosi non è quale le nostra parte di responsabilità?

Ma dico questo e mi piacerebbe continuare lo “sfogo in compagnia” perche’ credo che starsene in silenzio davanti a fatti come questi di queste settimane sia ciò che non si deve fare a tutti i livelli, anche e soprattutto a livello di forum regionale che potrebbe e dovrebbe aprire una riflessione pubblica e articolata a partire da queste terribili ma umane realtà.

Aggiungi un commento 8 Gennaio , 2008

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